ho passato il confine più d’una volta

il cerchio si chiude

non ha senso continuare senza riscontri

io che vivo da sempre nel posto in cui sono nata che percorro da sempre le stesse strade continuo a sentirmi profuga quanto i miei padri continuo a sentirmi a casa quanto i miei nonni

ho trovato la mia anima gemella quando ho tracciato bene i miei confini e rinunciato nello stesso tempo a difenderli

ora siamo daccapo giacché ho smarrito di nuovo i confini ma intanto sono così disperatamente impegnata a difenderli

non porta da nessuna parte questa strada

ho provato a chiedere in giro ma nessuno risponde

neppure l’eco mi ritorna neppure l’eco di un silenzio che non sia il mio

e rifugiarsi nelle parole non serve

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Il mare in una rima

Arrivo
sulle rive
di Trieste
appena un poco
triste
di dover dire addio.
Vorrei portarti via.
Se si potesse chiudere
il mare in una rima
starebbe intero dentro
amare.

Chiara Carminati, Il mare in una rima, Mondadori (I sassolini), p. 7

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Trieste è un città scontrosa, ma gentile.
Davvero un ragazzo con le mani troppo grandi per regalare un fiore – come scriveva Saba.
Un crocevia di popoli dalle molte lingue.

Ascolto rapita il dialetto così simile a quello di mio padre, che ormai non ho più occasione di parlare.

Poi, a cena, quasi mi commuovo davanti alle patate in tecia e a un piatto di capuzi garbi che sembrano quelli dell’infanzia.

Mi salvano l’aria frizzante del Carso, la tavola imbandita al limitare dei vigneti, la notte senza luna in cui i bambini si rincorrono sull’aia e il ballatoio da cui contemplo le luci lontane, là dove il mare, a stento, s’indovina.

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E’ un po’ di tempo che mi sveglio alle cinque e per ore attendo il sonno che non viene.

Ti ascolto respirare, disteso accanto a me: il tuo russare lieve, gentile, come tutto è gentile, in te.

Vorrei esserti vicino, nei tuoi sogni, invece è fatale che siamo qui, l’uno accanto all’altra, eppure ognuno nel suo mondo.

Io che ho basato tutta la mia vita sull’amore sono destinata a perdere.

L’amore non può raggiungerti ovunque, varcare la soglia del sonno, sconfiggere la morte.

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io sono una chitarra che suona secondo questa musica, tu il vento che la fa cantare

i versi toccano le corde come un pianto dolce

io sono una chitarra
rossa del mio sangue, intingi le dita dentro al cuore

io sono una chitarra che suona nel silenzio della sera
una chitarra azzurra
tu tocchi le mie corde, sei il vento che le fa vibrare

l’oceano dove prendo il largo

la vela che mi fa salpare

io suono senza sosta col mio pianto rosso
suono senza sosta col mio pianto azzurro

sei lo spartito che io seguo senza sosta

tu sei la notte a cui tornare

Soundtrack: Sigur Rós, Við spilum endalaust (testo)

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Sì, dovresti preoccuparti.

Invitarmi ad uscire, portarmi a cena, offrirmi un sigaro comprato apposta.

Appoggarmi una mano sulla spalla e dirmi che non sei bravo con le parole, ma sei qui per me.

Soundtrack: Bruce Springsteen, Reason To Believe

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Bisognerebbe chiudere le tende su questo giorno vestito a festa in cui tutto mi parla dello splendore della vita.

Nella mia anima brucia una febbre cattiva.

Dovrei rifugiarmi dentro la terra, in una buia, umida tana, dove guaire non vista finché non ho più occhi per piangere.

Finché non ho più forza di urlare.

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Angelo
territorio inesplorato
della mia solitudine
Dimensione
che non si consuma
per il saperla a memoria
Vetta aguzza
di roccia
distante
Enigma
cruciverba
e fiaba
Io Tu
Sfida    Silenzio    Desiderio
Quiete assassina

25.8.1994

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I giorni
possono metterci
giorni interi
a passare.

Aspetto
anche se so
che è inutile
aspettare.

14.8.2008

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Guido nella notte calda d’agosto col finestrino aperto dopo una giornata di lavoro. Un’altra, domani, tra poche ore.

I lampi guizzano tra le nuvole. Nella radio suona, sommessa, una musica del passato.

Sono stanca.

Guardo la striscia bianca scorrere davanti ai fari, lungo la strada deserta.

Sono stanca di questa giornata e di quella che deve ancora venire.

Il tempo è una ruota che gira, che gira, che gira.

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Quando qui in padania soffia il vento dell’isola mi sento all’erta, pronta a scattare. Mi sento il cuore gonfio non so bene di cosa. Ma so bene il perché.

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Se non sapessi
nulla
di me stessa
direi che mi sono
addormentata
e con l’anima
in fiamme
ho ascoltato
il ruggito della notte
Poi
guardandomi
mi farei del male

Ravello, 11.8.1998

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Dicevo ieri sera a mio marito aspettando il refrigerio della notte e il sonno che non veniva -Intendiamoci bene, sono felice di quello che ho, anzi, me la godo, però proprio per questo…-

Proprio per questo mi chiedo se basta aver realizzato (o quasi) (ma dentro quel quasi sta la misura della distanza tra la realtà e il sogno, quindi è fatale che ci sia, anzi necessario, e dunque va bene così, come se il quasi non ci fosse) tutti i propri desideri di ragazza, se è sufficiente la felicità a giustificare un’esistenza.

Nella spirale di passato e presente che continuamente ripercorro tornando sui miei passi, troverò, un giorno non troppo lontano, la chiave per il futuro?
A cosa sarò servita una volta spenta? Le mie emozioni, i miei pensieri, le cose in cui credo? E tutto l’amore che sento?

Mio marito azzarda una risposta, che in fondo è quella che mi do sempre anch’io, che anch’io tento, ma rimane a mezz’aria, aleggia sui nostri sogni, si (con)fonde col viaggio che devo compiere questa mattina.
Quando mi capita di visitare un luogo di vera sofferenza.

Quando, per ogni singola domanda di ieri e di sempre, semplicemente mi vergogno.

Soundtrack: Sigur Rós, Ara Batur

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magari un giorno anche per te verrà agosto e te ne starai nel tuo ufficio tutto solo a sfumacchiare e mi penserai e ti domanderai perché da così tanto tempo non condividi i tuoi pensieri con me e allora mi chiamerai e chiacchiereremo di tutto e di niente come solo i vecchi amici sanno fare e l’aria diventerà più dolce nel cielo fuori dalle mura di cemento e intorno ci saranno i voli delle rondini e un vento fresco che precede le stelle e allora magari ti verrà voglia di un buon sigaro in riva al fiume e di rivedere la ruga che ho sulla fronte quando mi appassiono ad un discorso e mi chiederai perché non ci incontriamo una di queste sere… allora nel buio mi sentirai sorridere. e quel sorriso ti arriverà dritto al cuore.

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sollecito nella risposta
l’altra sera mi scrivi
-Oh, dai!-

sottovaluti
i miei imperativi

o piuttosto
il potere che hai

28.7.2008

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Affacciata al cortile dove abitava mia nonna il cane nuovo mi ha abbaiato e mi ha rincorso (Iskra è già morta da anni e poi era forse anche più cattiva).

La casa, ristrutturata non di recente, è sempre sprangata.

Il nome della via, cancellato perché era scritto in italiano, è rimasto lo stesso.

Perfino le auto targate Arezzo sono al loro posto, all’ombra del susino selvatico.

Io continuo a girare nel mio cerchio, come in un circo, e mi chiedo per chi sto dando spettacolo.

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(…)

so lead me to the harbour
and float me on the waves
sink me in the ocean
to sleep in a sailor’s grave
to sleep in a sailor’s grave

my heart is full
my heart is wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

my heart is full
my heart is wide, so wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

Moby, Harbour

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Il cuore sa.

Ma, come una bambina, ho sempre bisogno di conferme, di attenzioni, di carezze.

E’ cosa nota.

Tra le tante, ho anche la fortuna della tua pazienza.

Soundtrack: Coldplay, Don’t Panic

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In viaggio, notte tra il 25 e il 26 giugno

Filano via veloci i boschi della Slovenia e i cerbiatti che giocano con i fari della nostra auto.
Poi è un mattino azzurro sui monti della Lika che spuntano dalla nebbia.
Ancora un cervo, e uno scoiattolo, e operai in attesa della corriera lungo la strada bagnata, e case che portano le ferite d’una guerra che sembra lontana, ma è stata fatica di contadini avvezzi a ricostruire con mani pazienti, a piegare la schiena al dolore.

27 giugno

Plitvice è un incanto d’acque in una terra di frontiera, in cui si morde la fame.

Vrsi – Mulo, 29 giugno

In questa lontananza assoluta da tutto ciò che mi è quotidiano (lavoro, web, telefono, libri, poesia), una solitudine che è quasi salutare dimenticanza, oggi ti ho pensato, in un momento di beatitudine estrema, contro sole e contro vento, con tutto l’orizzonte aperto davanti allo sguardo, che non lo si poteva colmare.
E il mio pensiero s’è spinto in alto.
Libero.
In pace.

Vrsi – Gospa od Zečeva, 1 luglio

Bianco accecante della roccia scoscesa, dilavata dall’acqua, blu cobalto del mare.
Profilo delle isole all’orizzonte, verde-arancio nella luce, e spruzzi di giallo dei fiori del cardo sui pendii  scalati dalle greggi.
E’ questa bellezza aspra e selvaggia, che mi taglia il respiro, che mi pulisce e mi scava come il vento la pietra, che vorrei condividere con te.

Isole Kornati, 2 luglio

Ho fatto il bagno in un mare di smeraldo.

3 luglio

Šibenik è una città cadente, con le case addossate l’una all’altra, e gatti magri come nei bassorilievi dell’antico Egitto.

Il parco del Krka è violentato da orde di turisti in mutande che fanno il bagno nelle cascate e bivaccano ovunque, spolpando il terreno, come sciami di locuste.

4 luglio

Siamo tornati a Vir, a contenderci la spiaggia coi gabbiani e gli altri uccelli che fanno il nido nella terra.
Poi abbiamo mangiato pesce affacciati alla porta di Nin e detto arrivederci alla Dalmazia.

Nerezine – Galboka, 5 luglio

Sono sulla mia spiaggia. Non è cambiata per niente.
E’ l’ora in cui i turisti vanno a cena e il mare lascia intravedere i suoi tesori.
Le rondini volano a pelo d’acqua, le cicale cantano tra i pini, le onde, lunghe, sono verdi e le isole rosa-azzurre, tutt’intorno.
La luce declina, si alza la marea con un suono dolce, che scivola sulla riva.
Rintocca la campana di Santa Maddalena.
Nella case vicine arde un fuoco di legna.
E’ un tramonto tranquillo e io sono felice.

6 luglio

E anche le stelle si vedono ancora tutte.
A milioni.

7 luglio

Un Cohiba alla tua salute, in una sera di temporale che ti piacerebbe molto, con le nuvole aggrovigliate alle stelle e i lampi che vengono dal mare.
Manca solo di ascoltare Nestor’s Saga.

8 – 13 luglio

Poi non ho avuto voglia neppure di scrivere.
Soltanto emozioni.

A casa, 14 luglio

Riprendo il capitolo da dove l’ho interrotto. Da una musica.
Casa mi accoglie con il cielo ripulito dai temporali, come più lo amo.
Alla fine, la vacanza è tutta dentro di me.
Mi accendo il toscano del ritorno mentre sale la luna.
Soundtrack: Coldplay, Life In Technicolor

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Ho una casa sul colle
tra olivi e olivi e olivi.

Il vento caldo sul tetto
e il forte odore dei pini.

Nel silenzio che la circonda
sono sparsi gli uccelli.

(…)

E laggiù vedo il mare
ricolmo fino all’orlo
di lontananza.

Frammento da Roberto Piumini, Ho una casa sul colle, in Io mi ricordo quieto patato…, Nuove edizioni romane, 1980, p. 34

Per ora basta.
Torno sull’isola.

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Ecco perché, per il momento, cambio casa.
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