“L’inizio tumultuoso della vita democratica porta le prime amarezze, per tante cose che non vanno come, nelle ore dell’attesa, della cospirazione, della lotta, si sperava sarebbero andate.”
Libertà non è quella della democrazia pre-fascista, in cui si poteva “parlar male del governo o leggere nel giornale finanziato dal gruppo A la critica al governo che per il momento fa gli interessi del gruppo B”.
Libertà è partecipare alla gestione del potere “di fatto, e non di nome”.
Bisogna, dunque, epurare totalmente la società italiana dal fascismo, che sopravvive nella “mentalità reazionaria”, “troppo conservatrice” e nella struttura della democrazia statale.
“Non sarebbe ora di iniziare un nuovo costume, proprio in questi giorni dell’insurrezione popolare? Il popolo non è veramente libero se non quando la burocrazia, trincerata dietro la muraglia inespugnabile della procedura e dei regolamenti, è sbattuta fuori… La legislazione nuova dev’essere creata ora, nella stessa prassi insurrezionale: di questo si tratta, e non di applicare ai danni o a vantaggio dei fascisti la legislazione fascista.” [*]
Il “problema del fascismo”, inoltre, non è semplicemente politico: non è sufficiente “avversare… gli uomini del regime e neppure la forma dittatoriale”, occorre, piuttosto, “tenere fede ai grandi valori della cultura europea senza dogmatismo, senza perdersi in vuote formule, senza soffocare in aride sistemazioni ciò che di vivo [può] esserci in tutte le correnti e le esperienze della cultura mondiale.”
Solo così è possibile battere spiritualmente il fascismo “e batterlo in modo costruttivo: creando una cultura che [sia] veramente tale, vasta e insieme profonda e unitaria, agile ma non dilettantesca, critica ma non scettica” [**], popolare non nel senso di divulgativa, ma “accessibile a tutti, non iniziatica”. [***]
Parole scritte appena ieri: sessantadue anni fa.
Buon 25 aprile.
–
[*] Giulio Preti, L’esperienza insegna, “La provincia pavese”, 04.05.1945, anno I, n. 20, p. 1 e Epurazione, “La provincia pavese”, 25.05.1945, anno I, n. 27, p. 1
[**] Giulio Preti, Antonio Banfi: un educatore, “La provincia pavese”, 29.07.1945, anno I, n. 57, p. 2
[***] Giulio Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi, 1957, p. 12



11 comments
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Mercoledì 25 Aprile 2007 a 14:50
Sciura Pina
Hai ragione,
sembra ieri.
Mercoledì 25 Aprile 2007 a 21:29
demone
Il fatto che parole del passato restino d’attualità è il sintomo dell’incapacità di questo Paese di fare i conti con la sua storia. Non c’è giudizio in questo senso che non venga macchiato da ideologie consunte e proclami obsoleti. Sembriamo sempre a metà del guado, incapaci di portare a termine un percorso che comunque è inevitabile.
Mercoledì 25 Aprile 2007 a 22:48
filosoffessa
Non ho capito cosa intendi quando dici che sembriamo “incapaci di portare a termine un percorso che comunque è inevitabile”.
Quale sarebbe?
Giovedì 26 Aprile 2007 a 20:07
demone
Il percorso che dovrebbe fare dell’Italia una democrazia fatta e finita, senza più quella sensazione di essere in bilico tra passato e futuro.
Basta guardare con quale leggerezza da destra come da sinistra si agiti sempre lo spettro dell’ “attentato alla democrazia”. Si è talmente abusato di questa espressione che quando realemte ricorre il caso non se ne avverte più l’importanza. In un Paese normale la democrazia dovrebbe essere un dato scontato e non negoziabile, da noi c’è sempre qualcuno che ritiene che le proprie idee siano “talmente giuste” da dover essere, a volte, imposte con la forza (a destra come a sinistra, ribadisco).
Comunque non dare troppo peso a ciò che dico in chiave politica. Decisamente questo non è il mio campo
Giovedì 26 Aprile 2007 a 22:35
filosoffessa
Concordo con te.
Ma il “percorso che dovrebbe fare dell’Italia una democrazia fatta e finita” non lo vedo affatto “inevitabile”.
Anzi, mi pare che negli ultimi sessant’anni lo abbiamo accuratamente evitato.
Giovedì 26 Aprile 2007 a 23:30
demone
Chissà, forse sono io ad essere un inguaribile ottimista, però questo Paese ha un qualcosa di incomprensibile. Mentre è deludente e asfittico nell’ordinario, riesce poi sempre a sorpendermi di fronte allo strordinario. Per questo, malgrado tutto, penso che il nostro percorso sia tracciato.
Dopodichè hai perfettamente ragione, le occasioni mancate per dare prova di democrazia e maturità sono talmente tante da essere sconfortanti.
Venerdì 27 Aprile 2007 a 9:29
filosoffessa
“Questo Paese… riesce poi sempre a sorpendermi di fronte allo strordinario”.
Citami un paio di occasioni in cui è avvenuto e mi accontento.
Venerdì 27 Aprile 2007 a 16:14
demone
- Sigonella nell’85.
- 4 milioni di volontari (stimati).
- l’83,6% degli italiani che va a votare.
Non chiedermene però una quarta perché potrei non essere in grado di rispondere
Venerdì 27 Aprile 2007 a 16:55
filosoffessa
Beh, quanto a Sigonella, se ti riferisci alla difesa che Craxi fece di Abu Abbas, credo fosse inevitabile, vista la politica filo-palestinese che stava portando avanti…
Sul voto: lo ritengo un preciso dovere, civico ed etico.
Anzi, credo che di politica ci occupiamo troppo poco in modo serio e troppo in uno stile da “cori da stadio” che impedisce al dibattito di crescere.
O vogliamo assomigliare sempre più agli americani?
Sui volontari non mi pronuncio: non ne so abbastanza.
Spiegami cosa ne pensi tu. Perché questa cosa ti rende orgoglioso.
Venerdì 27 Aprile 2007 a 18:40
demone
Di questo passo mi sa che finiamo decisamente OT…
Allora, giusto per mettere i puntini sulle i, non ho mai detto di essere orgoglioso, ma solo sorpreso.
Su Sigonella, ero troppo piccolo per avere un ricordo diretto, ma mi sembra di aver capito che alla fine i più stupiti della reazione italiana furono proprio gli Usa, che evidentemente sottovalutavano l’autonomia decisionale del nostro Paese.
Sul voto, dico solo che guardando il panorama politico io non mi sento rappresentato da alcun partito/movimento/associazione, tuttavia un Paese che corre numeroso alle urne è sempre un buon segnale.
Sul volontariato, io sono tra quelli un po’ critici che vede cioè molti lati oscuri nella cosa (tipo che quellli che nei newsgroups cercano informazioni sul volontariato retribuito…), tuttavia se quasi un italiano su 10 investe parte del proprio tempo in attività di utilità sociale credo sia ancora un buon dato.
Come però ti ho già detto tutto ciò è una goccia in un mare di sottorifugi, burocrazia e disinteresse. Nel quotidiano in effetti c’è ben poco di cui rallegrarsi. Alla fine credo che il nostro sia un Paese che ha bisogno “dell’emergenza” per tirare fuori quanto di buono possiede.
Venerdì 27 Aprile 2007 a 20:22
filosoffessa
Finché la proprietaria del blog non dice niente possiamo anche continuare…
Mi fa piacere che tu metta i puntini sulle i: significa che accetti le provocazioni.
E’ un periodo in cui ne ho molto bisogno.
Vorrei solo aggiungere una riflessione.
Il fatto che ci sia così “bisogno” di volontari (ringraziando coloro che lo fanno), o di chi si dedica con passione al proprio lavoro supplendo, spesso, alle carenze organizzative della cosa pubblica, significa anche, forse, che non sappiamo gestire l’ordinario con competenza ed efficienza.
E qui sta il punto cruciale.
(Da cui, per altro, sono partita.)