Martedì 27 giugno 2006
La Sardegna, tanto simile alla terra di mio padre, mi ha parlato.
E mi ha detto ciò che già, comunque, sapevo: non si può rinunciare ad un desiderio così grande.
Stanotte eri nei miei sogni, come mai prima.
Stavamo sulla spiaggia di Galboka e nel buio ti mostravo la meraviglia di nuotare in un mare fluorescente. Non posso fare finta che sia nulla. Questa voce mi sussurra: è tempo.
E per me è veramente tempo di mostrarti da dove vengo, chi sono, di mostrarmi come sono.
Spero tu vorrai.

Mercoledì 28 giugno 2006
Sono contenta di sentirti, sotto una falce di luna.
Dopo il giorno torrido, il vino rinfresca la gola e l’aria risale dolce dalla collina.
Il lago brilla nell’oscurità. S’indovinano le sponde, dove finisce il verde degli arbusti e comincia il nudo della roccia.
Sono contenta di sorprenderti felice, quasi in vacanza. A gustarti il sigaro, guardando la mia stessa luna.
Potrei raccontarti tante cose, ma mi piace più ascoltare il timbro caldo che mi raggiunge da migliaia di chilometri lontano, come se fossi qui.
Potrei dirti che ieri è stata una sera regalata.
I quattro ragazzacci tatuati scesci dalla jeep hanno intonato i canti dei tenores, mentre nella campagna facevano eco i cuculi, i campanacci delle capre, sconosciuti uccelli notturni, cani e serpi.
Potrei dirti che mi sono emozionata a questi suoni, dentro il cielo del meridione, curvo sulle stelle.
Invece mi sorprendo di quanto sia chiara la tua voce, nonostante la distanza, di quanto io la senta così vicina al cuore.

Martedì 4 luglio 2006
Stamattina all’alba ti ho sognato ancora. Due volte in una settimana è un segno. Adesso ti dovrei chiamare.
Ma non è l’ora giusta, il momento giusto. Sarebbe come rompere il filo sottile dell’ultima telefonata, quel filo fatto di cose non dette, di sorrisi nel buio, della felicità di ascoltarti.
E così guardo il mare, seduta sotto i pini, lo respiro, per farne scorta da spendere lungo l’estate padana.
Ti penso.
Pregusto la prossima telefonata, il prossimo incontro: quello del decennale.
Ho già ordinato il rum.

Venerdì 7 luglio 2006
Eccoci, dunque, alla fine.
Alla foce del Posada, con il suo stagno, la torre lontana, il mare che si spinge baldanzoso dentro il fiume, piano scende la sera. L’ombra della pineta si allunga.
Ora di mettersi sulla via del ritorno. Dopo una notte di traghetto di nuovo nell’afa della pianura.
Non ho voglia, come sempre. Come sempre vorrei restare qui.
Ma mi consolo pensando agli amici da riabbracciare, alle cose da raccontare, alle chiacchiere via Skype dopo il lavoro.
A queste parole che presto leggerai.