Io dovrei starmi zitta. Non ho figli.
Però, malauguratamente, ho aperto un blog.
E ogni tanto mi capita che me le tirano fuori con la tenaglia.

Se non è la televisione, sarà Internet. Se non è Internet, sarà il telefonino.
Insomma sarà pur colpa di qualcosa. L’importante è che non sia colpa di qualcuno.
Non della mamma, né del papà e, per carità, men che mai dei professori, dei preti all’oratorio, dell’allenatore alla partita, insomma, purché non sia colpa di una di quelle figure (adulte?) che i nostri amati fanciulli hanno la (s)ventura di incontrare durante la loro giornata.

Io li vedo, i ragazzi. Anzi, vedo solo quelli che mettono piede in biblioteca: una élite.
Mi fanno pena.
Chi ha detto che l’adolescenza è il più bel periodo della propria vita non è mai stato adolescente.
Li vedo e mi ricordo com’ero.
E immagino come possa essere dura oggi.
Tutti gli danno ragione (“Mio figlio è un santo, non sbaglia mai”), ma nessuno gli dà una mano.

Me lo ricordo com’è, perdere i propri punti di riferimento.
Quando gli adulti che ti stanno intorno (contro cui, magari, combatti una guerra quotidiana) sembrano sparire, diventano assenti o incapaci di indicarti una strada (che tu, ovviamente, decidi di non percorrere, ma intanto loro sono là, ad indicartela, ed è questo che conta).

Io sono stata tra i fortunati.
Mia madre e mio padre, per quanto mi sforzassi di rendermi insopportabile, non hanno mai rinunciato a fare i genitori, né a contraddirmi, se lo ritenevano il caso.

Ma c’è stato un momento particolarmente difficile in cui mi sono trovata completamente sola.
E anche lì ho avuto fortuna. Perché sapevo a chi chiedere, perché avevo un adulto con cui parlare.
(Il mio mitico professore di filosofia, che allora mi sembrava vecchissimo, ma che era più giovane di quanto sono io ora.)

Ecco, per la stragrande maggioranza dei ragazzi che vedo io, non è così.
Semplicemente, non sanno a che santo votarsi.

Possiamo parlarci addosso quanto vogliamo, incolpare qualsivoglia mostro o spettro che riusciamo ad evocare.
Non se ne esce.
La colpa è nostra.