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Sonno elefante

Dopo due notti insonni a casa e due qui, non chiedo altro che svenire.

Fuori la nebbia incarta il mondo come un domopack enorme.

“Sonno lontano / vieni qui / rimani vicino a me / fammi volare / tra le montagne / sopra le dune / senza guardare / senza pensare più / senza capire più / sonno gigante / sonno elefante / distenditi quassù…”

Soundtrack: Paolo Conte, Sonno elefante

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Concerto per ronfatrici con assolo di femmina urlante e gran finale di ricovero notturno

(Ore 02.00:
L’Obelix in miniatura che dimora nella stanza accanto verseggia come un Obelix intero, no, doppio: ROOONF ROOONF ROOOONFF
Controcanto dalla mia stanza: KTZZ)

Primo movimento: ROOOONFF KTZZ
ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ
ROOOONFF KTZZ

Secondo movimento: ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ

Intermezzo (dal fondo del corridoio): TITA (pausa) TITA (pausa) TITA (pausa) TITAAA
BUBA (pausa) BUBA (pausa) BUBA (pausa) BUBAA

Terzo movimento: ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ ROOOONFF KTZZ

Intermezzo: TITA (pausa) TITA (pausa) TITA (pausa) TITAAA
BUBA (pausa) BUBA (pausa) BUBA (pausa) BUBAA

(Ore 03.00)
Gran finale: ricovero ospedaliero notturno nella stanza accanto.

Viavai concitato, barella, domande di routine e ragguagli ai parenti (in corridoio, fuori dalla mia porta – volume delle voci 5/10).

(Ore 04.00)
Spettegolamento di Obelix con l’infermiera: volume 10/10.
Riporto solo la chicca.

Obelix: Che cos’ha?
Infermiera: Anemia.
Obelix: E cos’è, l’anemia viene di notte?

(La sveglia, naturalmente, è alle 06.00…)

Collezione di farfalle
Una verde grande nell’incavo del gomito.
Una piccola rossa dentro l’arteria del polso.
Quella verde al mattino se ne vola via. Insieme all’incavo.
Una azzurra la sostituisce, nella vena della mano.

La misura della libertà
Se lo stacco dalla guida che lo fa scorrere fino al mio letto, quanto lontano posso portare il tubo dell’ossigeno?

La Ferrari
Ho ottenuto una Ferrari che porta in giro l’ossigeno, così io posso portare in giro me stessa e in spalla lei.

Sul tetto del mondo
Con la mia Ferrari arrivo fino in fondo al reparto: la sala d’attesa s’apre su un terrazzo d’angolo, tutto di vetro.
Dall’alto della torre di luci guardo la notte e per un attimo infinito, prezioso, mi sento totalmente felice.

Polmonite.
Bilaterale (bipartisan, molto di moda).

Siccome mi ero vaccinata contro l’influenza, sono passata direttamente alla fase due.

Stay tuned…

Fluttuo per ore sopra quota 39, qualche volta mi spingo fino ai 40.

Salgo rapida, in un ascensore di brividi, dopo lungo tempo scivolo giù, dentro al sudore.

Negli intervalli di lucidità cerco di leggere un libro consigliato, di riordinare i pensieri, ma le lettere presto si sfocano, s’impastano insieme.

Posso solo dormire, se la tosse lo concede.

Altrimenti sedere, ad occhi chiusi, o fissare il soffitto.

Hai trovato la tenerezza di cui cercavi la definizione.

Sono felice di essere ancora vicino a te.

La sera è piena di fuochi.
Si brucia l’inverno, che non è mai arrivato.

Oggi, al suo funerale, ho conosciuto un uomo che avrei voluto incontrare.

Anche noi abbiamo il nostro falò.

Quando arrivo i contadini l’hanno già acceso, lo sguardo tra le fiamme.

Osservo le scintille farsi largo nella notte.

Ascolto i discorsi intrecciarsi, tra persone che vivono accanto: un retaggio del passato.

Sono felice di stare in disparte, sentire la legna che arde, rinnovando la sua promessa di primavera.

Sono felice di stare in disparte, ma in mezzo a loro, questi vecchi che sanno cosa sia una comunità.
Questi giovani che, spero, lo ricorderanno.

Soundtrack: C.S.I., Fuochi nella notte

Questa poesia mi arriva poche ore dopo la notizia di una morte assurda.

La leggo più volte, trovandola sempre più vera nella parte che dice:

Certe cose sembrano essere state predisposte
da Dio e dal Diavolo.
Certe cose sono come le aquile.
Vivono in alto
possono benissimo dimenticare la valle.
Certe cose sono come il terremoto:
utilizzano tutte le nostre paure.

Io mi sento proprio così.

Avrei voluto scrivere, ma le parole si sono tutte ingarbugliate, da qualche parte.

Soundtrack: Bruce Springsteen, You’re Missing

Pare che oggi sia il Delurking Day, giorno in cui si invitano i lettori silenziosi dei blog a lasciare una piccola traccia, anche solo un saluto.

Gentiloni e soci si fregano le mani per le imminenti concessioni WiMAX, ma la parola “assegnazione” delle licenze fa, giustamente, storcere il naso a Anti Digital Divide, Zeus News e Partito Pirata.

Mi associo all’iniziativa Liberate il WiMAX, promossa dal Partito Pirata,  e invito quanti mi leggono a fare altrettanto.

Gianluca mi invita a partecipare al gioco delle Cinque cose che non sapete di me. Eccolo accontentato.

Uno
Odio le catene di S. Antonio 😉

Due
A 9 mesi ho sputato l’omogeneizzato in faccia a mio padre, esigendo gli spaghetti al pomodoro.

Tre
Porto le scarpe senza lacci.

Quattro
Non sono mai stata in Abruzzo, Molise, Basilicata, Puglia, Sicilia. E, ovviamente, attendo suggerimenti per il viaggio.

Cinque
Amo (in ordine sparso): il cibo, il vino, i sigari, mare sole e vento, la calma piatta della mia campagna padana, il cinema, la musica, la lettura, lo scrivere, le chiacchiere con gli amici, conoscere posti nuovi e gente interessante, tornare nell’isola della mia infanzia, il mio lavoro, le persone di cui mi circondo…
Ma forse questo si capiva già.

Con la luna di fronte e il sole alle spalle me ne vado nel mattino trasparente, verso il lavoro.

Tra le mura del palazzo antico tornerò, spesso, alla finestra, a bermi il cielo.

Sarò distratta, lontana, dentro al suono della tua voce nella cuffia.
Intenta ad ascoltare: non importa quali sillabe, ma una musica che parla di affetti e di legami.

Sarò altrove, impigliata nella rete dei ricordi o più avanti, lanciata ad inventarmi l’avvenire.

Sarò a domani, a un’altra estate, a come tutto si tiene stretto in una sola dimensione che è il presente e non è fatta per durare, ma solo per fluire senza sosta, in modo che possiamo dirci vivi.

Era destino che il tuo ultimo dono lo fumassi senza di te, passeggiando, in una vigilia che sembra di vetro tanto il cielo è terso.

La fine di quest’anno porta un sole di primavera, il cielo vasto, il cuore gonfio di amori vecchi e nuovi, lo stupore del fare, insieme, come dieci anni fa. Non ricordavo quanto mi mancasse.

Mi porta quella leggera stretta di gioia che prende in mezzo al petto, quando mio marito prepara il regalo per te.

La felicità segreta di esserci, ogni giorno, un respiro dietro all’altro, un passo dietro all’altro, imparando, scrivendo e sognando.

Come il tempo che torna su se stesso, a spirale, per ricondurre amici che credevo perduti, ricordi che sentivo sbiaditi, occasioni che forse ora saprò cogliere.

Tipo riabbracciare C. con più forza e più affetto che se la vita non ci avesse separati e poi riuniti di nuovo, con una diversa consapevolezza dello stare insieme.

O visitare gli stessi luoghi, nelle stesse ore, ma sentirmi cambiata (non so se cresciuta o invecchiata, non ho ancora deciso), comunque migliore. Più vicina all’essenziale.

[Scritto viaggiando per la Lombardia e l’Emilia, dal 27 dicembre 2006 al 4 gennaio 2007]