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Ieri sera, era già tardi, ho bevuto il cielo. Il suo profumo. La sua scia di stelle.
L’odore della notte resiste. Persiste. Sa quasi d’estate.

E mi sono tornate in mente le parole di un grandissimo poeta turco. Che riporto qui.

Quest’anno
(Varna, 1952)

Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione
m’impasticcio di mare di sabbia di sole
mi stropiccio all’albero
alle mele
come ci s’impasticcia di miele.
La notte, il cielo ha un buon odore di semi
la notte, il cielo scende sulla via polverosa
m’impasticcio di stelle.

Io m’abituo, mia rosa,
io m’abituo
al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle
è tempo di andare
mischiato
al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare.

Nazim Hikmet, da Poesie d’amore, traduzione di Joyce Lussu, Mondadori (Oscar classici moderni), 2002, p. 45

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Ad un Amico che è un artista
e fa finta di non saperlo

Non sono migliore di te
perché leggo nei libri
Forse il pensiero è più netto
e scalfisce
come un punteruolo
Ma qualche volta
si lacera pure la carne
col marmo
Allora il dolore che ci unisce
e fa la mia distanza
più lontana della tua
descrive esattamente
le nostre adeguatezze
per la vita
no – l’adeguatezza
della vita a noi –
Io non sono certo
il genio che s’involge
in volute di fumo
sgusciando dalla bottiglia
E non indovino
i segni del futuro
nel volo degli uccelli
Ognuno ha la sua arte
Io le mie parole
Tu le tue pietre
Le incastoniamo le una con le altre
cercando il mosaico
che dia senso all’apparire
che disponga le persone
insieme – e le strade –
che s’incrocino
nelle linee della mano.

giugno 1992

A mio marito

Tu hai il privilegio, o la sfortuna, di convivere con la mia parte più segreta: quella fragile, bisognosa di cure, sempre incerta, che naviga a vista.
La parte che, spesso, cerco di nascondere perfino a me stessa: quella che non crede nel proprio valore. Una bambina sola: perfettamente a suo agio sulla terra, ma incapace di stare con i propri simili.

L’ho consegnata nelle tue mani, perché tu soltanto hai avuto il rispetto, la pazienza, la dolcezza di custodirla.
E di prendere anche lei, insieme a tutto il bene.

Ti sembra che con altri sia più facile.
Lo è. Loro non devono fare i conti con la parte che solo tu comprendi, che rendi sacra e speciale con il dono della condivisione. Con le tue infinite carezze.

E questa, che ho imparato con te, è l’unica definizione di amore che conosco.

A te che porti la pioggia, ma dispieghi le vele nelle notti di luna e di nuvole, mando un abbraccio lungo un mese e le note di una canzone che sale sommessa nel buio.

Soundtrack: Paolo Conte, Come mi vuoi

Alla fine il sole ha vinto la sua battaglia e io, un po’ rincuorata, sono ritornata alla chiesetta.

Ci sono pochi gradini, per raggiungerla.
A destra un fazzoletto di prato, con l’erba tagliata di fresco, perfetta. Due pini e tre gelsi.
Altri due gelsi sono ai bordi della scalinata, a guardia del portone.

Il muro è bianco, con un pezzo d’affresco molto sbiadito.
Il portone semplice, spartano, di un bel legno scuro, con un chiavistello enorme.

Mi siedo sul muro che delimita il terrazzamento del prato.
Guardo questi sette alberi, questi fili d’erba, queste mura imbiancate.
E sento oscuramente che qui si mescolano le mie due anime: quella padana e quella marina.

Ci sono i gelsi. Un tempo così diffusi nelle nostre terre e ormai quasi scomparsi.
Ci sono i pini. Se socchiudo gli occhi mi ritrovo su una spiaggia sassosa dell’Istria, vent’anni fa.

C’è il muro bianco contro il cielo azzurro. Proprio come nell’isola.
Se inspiro profondamente, la brezza di pianura si trasforma nella bora che riempie le calli di Ossero o di Cherso.
Le pietre della chiesa sono il lastricato romano delle loro magnifiche strade.

Lo sento scorrere forte nelle vene, il sangue dei miei avi. Tutti quanti.

I pescatori e i marinai di Lussinpiccolo. I capitani di lungo corso. I macellai.
Le donne che infornavano lo strudel e cuocevano l’agnello.

I contadini della bassa emiliana, che si chinavano sui campi e controllavano i salami nella moschiera.
Le loro mogli. Alcune serve, alcune colte: i volti aristocratici delle antenate di mia madre.

E c’è una nostalgia, dentro tutto questo. Un bisogno di radici.
Quello che mi fa restare. Né qui, né là. Ma dove ho vissuto. Dove sono cresciuta.

Per non perdere, come è successo a loro, la mia patria.

Soundtrack: Moby, Look Back In

La radiografia di controllo è negativa.
Sono ufficialmente guarita. (A parte i soliti acciacchi, ma quelli fanno parte della routine.)

Martedì sarò di nuovo al lavoro.
Con una montagna di arretrati, eppure felice di lasciare questa stanza, che comincia a diventarmi stretta.

Il tempo si fa colla, le nuvole un muro grigio in cui intravedo rari spazi di sereno.

Intanto il carrozzone che si fregia dell’altisonante titolo di centro-sinistra prende il posto che merita: nelle sfilate di carnevale.
Se in Italia abbiamo Berlusconi tutto sommato ce lo meritiamo.

Non dovessi restare confinata per un’eventuale visita del medico fiscale me ne andrei sul fiume.
In barba al tempo grigio.

Andrei a guardare i gabbiani che planano sull’acqua, i pescatori che affondano la lenza.
Ascolterei i miei passi sul pontile, vedrei i salici spuntare sulle rive, le altalene abbandonate, le barche capovolte per l’inverno.

Vedrei come l’uomo uccide la bellezza per i soldi ed il potere, con la presunzione di credersi eterno.

E saprei che finché ci sarà spazio per la bellezza, ci sarà tempo per la speranza.

Soundtrack: Elisa, Little Over Zero

Perché quello che succede nel mondo deve dipendere in qualche misura da noi. E se così non è, se non siamo protagonisti della storia, se non è grazie ai nostri desideri e al nostro impegno, ai nostri rischi e ai nostri sogni che otteniamo le parole con cui dare un nome a tutte le cose, dobbiamo comunque vivere come se così fosse.

Angeles Mastretta, da Il mondo illuminato, Feltrinelli, 2000, p. 45

Quante volte chiudiamo gli occhi per non vedere e quante invece per vedere meglio?

(…) chiudere gli occhi per distinguere con esattezza non solo quello che non vogliamo perdere, ma anche tutto ciò che abbiamo bisogno di immaginare, oltre a essere un conforto, ci permette di adempiere quel dovere di provare meraviglia a cui non possiamo sottrarci.

Stenderci sotto un sole che spacca i vetri, serrare gli occhi per poter passare in barca a vela davanti al faro tra gli scogli che è inciso sulla scatolina azzurra sopra la nostra scrivania. (…)

Chiudere gli occhi e sentire fino alla punta dei capelli che i nostri pensieri non possono ospitare niente di più complicato dell’incredibile macchina con cui li creiamo. Un meccanismo che funziona senza il nostro intervento e non ci deve nulla. (…)

Chiudere gli occhi, proprio come se stessimo scendendo dalle montagne russe e non volessimo veder passare le cose velocemente, quasi precipitassero, ma pian piano, come se ci facessero il favore di susseguirsi a poco a poco lasciandoci il tempo di assimilarle una ad una. (…)

Chiudere gli occhi, raddrizzare la ragione, le abitudini, la paura. Far rivivere i morti, restituirli ai vivi che li meritano. Sbarazzarci dei nostri errori, elencare i successi che non ci permettiamo, concederci le audacie che sonnecchiano nell’oblio.

Chiudere gli occhi ogni tanto, durante il giorno, e scorgere tutto il mondo che ci mantiene vivi. Avere sempre accanto, ogni volta che è indispensabile, l’eternità, il volo, la perfezione, la spiaggia, le voci di una sera, la montagna che si staglia sospesa nell’aria, i propri scongiuri personali, il sapore di scuola elementare di una focaccina, (…) il faro su una scatola e la chiara certezza che dentro di noi tutto è possibile.

Angeles Mastretta, da Il mondo illuminato, Feltrinelli, 2000, pp. 14-17

ridevamo

(tuo padre
t’accompagnava a scuola col grembiale
con gli stivali sporchi
del sangue di maiale)

che potevamo noi sapere
delle rane
della sera
che si riempie di campane

immaginare il sole
che s’affonda dentro il grano
l’insetto racchiuso
nel palmo della mano

le corse a braccia aperte
per farti più potente
e il cielo tutto vuoto
che non gli manca

niente

28 e 29.5.2002 – 17.2.2007

Ora alta del mezzogiorno padano.
Esco di casa e vado ai campi.
La mia strada, finché non finisce l’asfalto e comincia il sentiero, ha un buon odore di legna bruciata nei caminetti.

E’ primavera.

I cani dormono al sole. Non si prendono neppure la briga di abbaiarmi.
I prati sono fioriti, le zolle scure, rivoltate.
I rami degli alberi si protendono verso un cielo di zucchero.
Il sole mi scalda la schiena.
Passa un treno merci, lentamente.

Faccio una vera passeggiata, non le brevi sortite da malata dei giorni scorsi.
Mi sento bene. Finalmente.
Chissà se anche i miei polmoni lo sanno (bisognerà fotografarli di nuovo, per chiederglielo).

Arrivo fino al paese vicino.
Fino alla minuscola chiesa che una volta aveva sempre il portone aperto sulla penombra ed ora è rigorosamente sbarrata (segno che nessun atto di vandalismo viene compiuto invano).

Torno.

Ho voglia di fumare.
Nulla di impegnativo, un sigaro piccolo, acre, che si intoni con questa brezza fresca, sottile.
Mi trattengo a stento. Non credo che i polmoni apprezzerebbero.

E’ tutto perfetto. Immenso. Indifferente al mio passaggio.
Ma io non sono indifferente. Sono grata.

Grata di poter zigzagare tra le pozzanghere, di sentire il profumo dell’aria, di affondare le mani nella terra, di immaginare il gesto con cui farei scattare l’accendino per riscaldare la punta del sigaro, assaporando la prima boccata.

Soltanto da quando sono stata dimessa mi sono ritrovata a pensare ai giorni prima del ricovero.

A quell’istante incredibile in cui ho smesso totalmente di respirare.

Allora non mi era sembrato diverso dagli altri.
Invece avrebbe potuto essere l’ultimo.

Ed è giusta, sacrosanta, l’imperturbabilità della natura di fronte al mio perdurare. O finire.

Mentalmente mi rileggo Pessoa.
Recito sottovoce:
“Il sole ti indorava la testa bionda. / Sei morta. Io vivo. C’è ancora mondo e aurora.”
“Fra la calma e l’albereto” (…) “C’è ancora mondo e aurora.”

Ed è bene. E’ fatale che sia così.

Non lo dimenticherò.

Definizioni

                           a m.b.

“Tenerezza” mi chiedi
“definire, prego”
ed io ti dico
– appoggiata alla spalletta
del Naviglio –
guardami
sono un grumo
di carne
sul vetro
d’uno specchio senza cuore

Posso chiamarmi
uomo – o donna – o vita
se solo riesco
a emozionarmi

(Anche oggi – ogni giorno –
è un San Valentino come un altro)

14.2.1997

Il vento che filtra nella mia stanza inondata di sole è quello dell’isola.
Lo so. Lo sento.

Voglio tornarci. Con te.
E questo fa parte dei desideri realizzabili.

Non voglio andarmene senza averlo fatto.

Soundtrack: Bruce Springsteen, Into The Fire; Nothing Man

Mi hanno rilasciata, finalmente.
Ora ho bisogno di una doccia e di dormire quindici giorni.

Senza tanti complimenti

Il destino di M., 42 anni, vicina di letto ancora per pochi minuti, si ripete.

Quindici giorni fa era stata sbattuta fuori dal S. Raffaele perché non avevano posto.
Hai una broncopolmonite con versamento pleurico?
Chi se ne frega: ti puoi curare da sola.

Era approdata qui in provincia solo grazie all’intercessione e alle conoscenze del suo medico di famiglia.

La dottoressa che l’ha accolta, e che segue anche me, per due settimane ha valutato con attenzione il suo complessissimo quadro clinico (una serie di sfighe sovrapposte) e avrebbe voluto dimetterla domani, una volta avuti i risultati delle ultime, opportune, analisi.

Ma oggi il pronto soccorso rigurgita di persone bisognose di cure e il reparto è pieno zeppo.

Così un dottore che non l’ha mai vista in vita sua, e non si è neppure preso il disturbo di auscultarla, la rimanda a casa senza tanti complimenti.

Stregata dalla luna

Sdraiata nel letto guardo una luna perfetta, che inghiotte la notte.

Penso che valga la pena di vivere, se posso vederla.

Rammento i versi di una poesia cinese, che leggevo da ragazza, e dice:

“Tutta la notte non potei dormire
per il chiaro di luna sul mio letto.
Udivo sempre una voce chiamare
dal Nulla il Nulla rispondeva: Sì.”

Penso che valga la pena di vivere, se posso ricordarli.

Dalla pentola a pressione al treno a vapore

Di solito il mio ossigeno ha rumore di ruscello.
Prima di dormire lo ascolto, immaginando di essere in luoghi lontanissimi.

Ieri sera sibilava come una pentola a pressione.

Si è staccato nel cuore della notte, salendo sulle note della locomotiva a vapore, e facendoci prendere un bello spavento.

Conversazioni surreali

Obelix parla con Amina (quella dei cinque piselli).

Obelix: Ieri tua sorella mi ha raccontato che ha sognato cinque piselli. Mi ha fatto morire dal ridere, ah ah ah ah.
Amina: ???

Lascio la Ferrari
Ho avuto il permesso di fare a meno della Ferrari.
Così adesso vado molto più veloce… 😉

Il volo della farfalla azzurra
Dopo quattro giorni di onorato servizio la farfalla azzurra se ne vola via.
Subentra una collega rosa, con cui non so ancora se saremo amiche.

Domande filosoffesse
Quale sarà la leva per regolare lo schienale del letto?
SDOIINGGG!
Mmmm, era quella.

Cambio della guardia

K., dolcissima signora marocchina, lascia la nostra stanza per tornare a casa.

Mi mancheranno le sue premure:
“Tu mangia, che guarisce”, “Guarda che finito acqua di ossigeno: chiamare infermiera”.

Spero che a casa i suoi uomini la lasceranno un po’ riposare.

Al suo posto compare una vecchina che spunta appena dal letto e di cui non sappiamo neppure il nome, perché non emette alcun suono.

Questo territorio di confine, ultima frontiera della vita, in cui la vita si ritira per diventare qualcos’altro, mi mette addosso una pena triste e, insieme, una tenerezza infinita.

Reparto multietnico
(In ordine di apparizione).

Dottoressa: italiana.

Infermiere: peruviana, rumena, peruviana (non la stressa), paesi dell’est, rumena (non la stressa), Avellino, senegalese, paesi dell’est (non la stressa), senegalese (non la stressa), Avellino (non la stressa), ecc. ecc.

Alle 9 arriva Amina, nera giunonica che sovraintende alla distribuzione dei pasti.

“Ogi dotori è contenti. Si vede che ieri la dà.
Io non fa niente. Questa note sognato cinque piseli.
Non due, cinque… Uno più belo di altro…”

Io invece questa notte ho dormito e mi sembra la cosa più meravigliosa del mondo.