Ora alta del mezzogiorno padano.
Esco di casa e vado ai campi.
La mia strada, finché non finisce l’asfalto e comincia il sentiero, ha un buon odore di legna bruciata nei caminetti.

E’ primavera.

I cani dormono al sole. Non si prendono neppure la briga di abbaiarmi.
I prati sono fioriti, le zolle scure, rivoltate.
I rami degli alberi si protendono verso un cielo di zucchero.
Il sole mi scalda la schiena.
Passa un treno merci, lentamente.

Faccio una vera passeggiata, non le brevi sortite da malata dei giorni scorsi.
Mi sento bene. Finalmente.
Chissà se anche i miei polmoni lo sanno (bisognerà fotografarli di nuovo, per chiederglielo).

Arrivo fino al paese vicino.
Fino alla minuscola chiesa che una volta aveva sempre il portone aperto sulla penombra ed ora è rigorosamente sbarrata (segno che nessun atto di vandalismo viene compiuto invano).

Torno.

Ho voglia di fumare.
Nulla di impegnativo, un sigaro piccolo, acre, che si intoni con questa brezza fresca, sottile.
Mi trattengo a stento. Non credo che i polmoni apprezzerebbero.

E’ tutto perfetto. Immenso. Indifferente al mio passaggio.
Ma io non sono indifferente. Sono grata.

Grata di poter zigzagare tra le pozzanghere, di sentire il profumo dell’aria, di affondare le mani nella terra, di immaginare il gesto con cui farei scattare l’accendino per riscaldare la punta del sigaro, assaporando la prima boccata.

Soltanto da quando sono stata dimessa mi sono ritrovata a pensare ai giorni prima del ricovero.

A quell’istante incredibile in cui ho smesso totalmente di respirare.

Allora non mi era sembrato diverso dagli altri.
Invece avrebbe potuto essere l’ultimo.

Ed è giusta, sacrosanta, l’imperturbabilità della natura di fronte al mio perdurare. O finire.

Mentalmente mi rileggo Pessoa.
Recito sottovoce:
“Il sole ti indorava la testa bionda. / Sei morta. Io vivo. C’è ancora mondo e aurora.”
“Fra la calma e l’albereto” (…) “C’è ancora mondo e aurora.”

Ed è bene. E’ fatale che sia così.

Non lo dimenticherò.