Quante volte chiudiamo gli occhi per non vedere e quante invece per vedere meglio?

(…) chiudere gli occhi per distinguere con esattezza non solo quello che non vogliamo perdere, ma anche tutto ciò che abbiamo bisogno di immaginare, oltre a essere un conforto, ci permette di adempiere quel dovere di provare meraviglia a cui non possiamo sottrarci.

Stenderci sotto un sole che spacca i vetri, serrare gli occhi per poter passare in barca a vela davanti al faro tra gli scogli che è inciso sulla scatolina azzurra sopra la nostra scrivania. (…)

Chiudere gli occhi e sentire fino alla punta dei capelli che i nostri pensieri non possono ospitare niente di più complicato dell’incredibile macchina con cui li creiamo. Un meccanismo che funziona senza il nostro intervento e non ci deve nulla. (…)

Chiudere gli occhi, proprio come se stessimo scendendo dalle montagne russe e non volessimo veder passare le cose velocemente, quasi precipitassero, ma pian piano, come se ci facessero il favore di susseguirsi a poco a poco lasciandoci il tempo di assimilarle una ad una. (…)

Chiudere gli occhi, raddrizzare la ragione, le abitudini, la paura. Far rivivere i morti, restituirli ai vivi che li meritano. Sbarazzarci dei nostri errori, elencare i successi che non ci permettiamo, concederci le audacie che sonnecchiano nell’oblio.

Chiudere gli occhi ogni tanto, durante il giorno, e scorgere tutto il mondo che ci mantiene vivi. Avere sempre accanto, ogni volta che è indispensabile, l’eternità, il volo, la perfezione, la spiaggia, le voci di una sera, la montagna che si staglia sospesa nell’aria, i propri scongiuri personali, il sapore di scuola elementare di una focaccina, (…) il faro su una scatola e la chiara certezza che dentro di noi tutto è possibile.

Angeles Mastretta, da Il mondo illuminato, Feltrinelli, 2000, pp. 14-17