Alla fine il sole ha vinto la sua battaglia e io, un po’ rincuorata, sono ritornata alla chiesetta.

Ci sono pochi gradini, per raggiungerla.
A destra un fazzoletto di prato, con l’erba tagliata di fresco, perfetta. Due pini e tre gelsi.
Altri due gelsi sono ai bordi della scalinata, a guardia del portone.

Il muro è bianco, con un pezzo d’affresco molto sbiadito.
Il portone semplice, spartano, di un bel legno scuro, con un chiavistello enorme.

Mi siedo sul muro che delimita il terrazzamento del prato.
Guardo questi sette alberi, questi fili d’erba, queste mura imbiancate.
E sento oscuramente che qui si mescolano le mie due anime: quella padana e quella marina.

Ci sono i gelsi. Un tempo così diffusi nelle nostre terre e ormai quasi scomparsi.
Ci sono i pini. Se socchiudo gli occhi mi ritrovo su una spiaggia sassosa dell’Istria, vent’anni fa.

C’è il muro bianco contro il cielo azzurro. Proprio come nell’isola.
Se inspiro profondamente, la brezza di pianura si trasforma nella bora che riempie le calli di Ossero o di Cherso.
Le pietre della chiesa sono il lastricato romano delle loro magnifiche strade.

Lo sento scorrere forte nelle vene, il sangue dei miei avi. Tutti quanti.

I pescatori e i marinai di Lussinpiccolo. I capitani di lungo corso. I macellai.
Le donne che infornavano lo strudel e cuocevano l’agnello.

I contadini della bassa emiliana, che si chinavano sui campi e controllavano i salami nella moschiera.
Le loro mogli. Alcune serve, alcune colte: i volti aristocratici delle antenate di mia madre.

E c’è una nostalgia, dentro tutto questo. Un bisogno di radici.
Quello che mi fa restare. Né qui, né là. Ma dove ho vissuto. Dove sono cresciuta.

Per non perdere, come è successo a loro, la mia patria.

Soundtrack: Moby, Look Back In