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Il vento vacilla esaltato e porta
foglie sugli alberi del Parco,
l’erba è già intorno
alle mura del Castello, i barconi
di sabbia filano sul Naviglio Grande.
Irritante, scardinato, è un giorno
che torna dal gelo come un altro,
procede, vuole. Ma ci sei tu e non hai limiti:
violenta allora l’immobile morte
e prepara il nostro letto di vivi.

Salvatore Quasimodo, Poesia d’amore, in Tutte le poesie, a cura di Gilberto Finzi, Mondadori (Oscar Grandi Classici), 1995, p. 252

Soundtrack: Elisa, Rock Your Soul

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Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
(…)
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

Frammento da Nazim Hikmet, 1949, in Poesie d’amore, traduzione di Joyce Lussu, Mondadori (Mondadori Poesia), 1963, p. 44

Soundrack: Mark Knopfler & Emmylou Harris, Beyond My Wildest Dreams

Come sicuramente già saprete, dall’ondata di sollevazione generale suscitata dal cetriolone italico sono scaturite due lodevoli iniziative: Scandalo italiano e RItalia Camp.

Dopodomani, 31 marzo, scade il termine per firmare la petizione promossa da Scandalo italiano.

Anche se dubito che la letterina a Prodi sortirà gli effetti sperati (se non altro perché, in base alla legge, per avere accesso agli atti amministrativi occorre essere portatori di un interesse legittimo, cioè ad esempio una ditta esclusa dalla gara per il disegno del logo), mi sembra meno velleitaria della lotta per la salvaguardia della foca ugandese.

Ah, si può pure partecipare al wiki.

Io, sempre, riempio i tuoi silenzi con parole.
Tu, ora, vesti il mio di musica.

Soundtrack: Elisa, Dancing

Sì, tu puoi.
Un bene tanto grande, che dura tanto tempo, funziona così.
Tu acquisti un potere sconfinato su di me.
Io te lo permetto, perché non ho barriere. Non metto muri. Non calo le difese.
Puoi arrivare dritto al cuore. Farne ciò che vuoi.
Puoi ferirmi, puoi bruciarmi, puoi portarmi sulle nuvole, rendermi felice.
Puoi indurmi a sorridere: migliorare una giornata.
La tua voce è musica dentro la mia testa. Io la custodisco. La porto con me.

E io posso. Se tu me lo permetti.
Aiutarti a ricordare. Inventare le parole.
Costruire un mondo alternativo dove ti piacerebbe stare.
Posso condurti nei miei sogni, mostrarti i miei pensieri.
Dipingerti le emozioni che mi fanno viva.
Posso esserti vicina, ascoltare ciò che il tuo silenzio dice. Sfiorare la tua anima.
Se tu me lo permetti.
Un bene tanto grande, che dura tanto tempo, funziona così.

Soundtrack: Richard AshcroftWords Just Get In The Way

In questo periodo mi sento più “sperimentale” di Rita Levi Montalcini.

Due commenti di elrond mi hanno fatto venir voglia di mettere la colonna sonora al post di ieri e di aggiungere i link alle citazioni musicali in quelli della categoria Dischi.

Ho fatto male?

Non ci saranno le foreste della California, ma è a due ore di auto da Milano.

Si passeggia in piano, costeggiando il lago inferiore, quasi sicuramente in secca, da cui affiorano resti di mura che sembrano un paese sommerso.

Si arriva alla diga del lago superiore, da dove filtra l’acqua.

E qui, sul greto, ci si può fermare ovunque.
Sdraiarsi sui sassi, in pace col mondo, guardando il sole che filtra tra le foglie, ascoltando il rumore della cascata.

La prossima volta devo portarmi del buon cibo; quella bottiglia di Nobile di Montepulciano del 2002 che mi sta aspettando da un po’.
Poi, un sigaro come si deve.

E, naturalmente, anche te.

Soundtrack: Ani DiFranco, Carry You Around

[Grazie a DifferentGreen per le foto]

Da Montale ritrovato.
In onore del vento di stasera.

X. Tramontana

il vento traversa
le tue rime
piega parole
al suo giogo
convulso
travolge
le filiformi dita
delle foglie
in moto insulso
rotola
si porta
la mia vita

14.6.1998

Si può attraversare la piazza, scendere verso la casa di riposo, percorrere l’argine del fiume fin sotto al castello.
Guardare l’acqua che scintilla, i gabbiani che planano vicino ai pescatori, la spiaggia dove ieri sera ho perso l’accendino.

Si può proseguire per il parco del Dopolavoro, fermarsi ai campi da tennis, ricordare le partite arbitrate ed un amico che rivedrò tra tre anni, per una scommessa fatta nel novanta e rinnovata nel duemila.

Si può risalire per la strada ripida che percorrevo in motorino, a tutto gas, col rischio di non farcela ad arrivare in fondo.
Dispiacersi per com’è piena d’immondizia, per l’asfalto eroso dal tempo, per quest’aria di sfacelo.

Ci si può fermare in cima alla salita, osservare per la prima volta, in tanto tempo, lo scheletro vuoto del linificio: i capannoni scuri, le tettoie sfondate, l’edera che prende il sopravvento.

Il sigaro è cubano, com’è giusto che sia.
Non particolarmente raffinato, ma tira che è una meraviglia. Dovrò riaccenderlo solo una volta in due ore.

Anche il mal di schiena imperversa a meraviglia.
Decido di ignorarlo totalmente.

Dove si può andare, ancora, finché dura il sigaro, finché dura un profumo familiare: di pelle, di tabacco e di sapone.

Si può passeggiare per la via Case Alte, con le sue ville centenarie, aggirare i giardinetti dove giocavo da bambina, arrivare in fondo al viale, dal capolavoro del Piermarini. Una volta luogo di delizie, di balli della nobiltà, oggi salone per le feste di modelle e calciatori.

Si può tornare in piazza, costeggiare il castello, scendere sull’Isola Ponti, di nuovo verso il fiume.
Stupirsi per il parco appena realizzato, con le panchine ancora intatte.
Sedersi nel vento di marzo, pensare a tutto, a niente, cantare a mezza voce l’ultimo brano ascoltato nella notte, prima di dormire.

E non aver bisogno d’altro.

Soundtrack: Nick Drake, Northern Sky

Una volta c’era “la posta del cuore”, oggi andiamo verso “la posta di Google”.

Le ultime chiavi di ricerca che hanno indirizzato qualche malcapitato sul mio blog sono state:

  • come scrivere una lettera a mio marito
  • come gestire due figli molto piccoli
  • fuga da scuola + tristezza
  • quando i genitori sanno educare i figli
  • a volte anche i genitori sbagliano
  • adolescenti e ansia quanti sono?
  • quali possono essere gli hobby di un adolescente
  • domande dei figli e paure dei genitori

Il che non mi pare proprio incoraggiante.
Cioè mi sembra piuttosto triste e preoccupante che queste domande vengano rivolte ad un motore di ricerca anziché ad altri esseri umani: amici, parenti, consulenti dei servizi sociali, associazioni di sostegno presenti nei vari Comuni o circoscrizioni, al limite persone conosciute in forum o gruppi di discussione specifici…

Sono alquanto a corto di argomentazioni, anche perché reduce da un convegno milanese che ha prosciugato le mie già labili facoltà mentali, ma ho la fastidiosa sensazione che in tutto questo ci sia qualcosa di profondamente sbagliato.
Che ci fa del male.

Spero di aver torto.

Quando torno stai già dormendo, ma ti svegli un po’, per salutarmi, un occhio ancora chiuso.

Nella penombra della stanza più che altro ti indovino.
So esattamente dove sei. Quale e quanto spazio occupa il tuo corpo.

So dov’è la barba, l’espressione compiaciuta di trovarti dentro a un letto.
Dove sono le spalle, quelle in cui affondo la faccia quando il mondo colpisce troppo duro, oppure ho solo voglia di coccole.
So dove sono le mani. Le tue mani gentili, che osservavo, quando ci siamo conosciuti, sperando che mi accarezzassero la fronte.

So dov’è il tuo respiro. E lo ascolto, ora che la stanza si fa buia. Lo sento farsi più grave, più profondo.
Scivolare nei sogni.

Ecco, è questo il mio momento preferito. Quando mi abbandoni per il tuo viaggio notturno ed io resto sulla riva, ad aspettare, ancora qualche istante.

Questa è l’ora di tutte le domande.
In cui mi chiedo chi è quest’uomo, addormentato accanto a me. Quest’uomo così pazzo da dividere il mio letto. La mia vita.

Ogni tuo respiro è una risposta.

Li conto. Si dilatano. Cominciano le immagini: ricordi, fantasie, non so più bene cosa…
Anche la mia nave sta salpando.

Pomeriggio di grazia.

Anziché all’una riesco a lasciare il lavoro alle due.

Ma, oltre la porta, il mondo è magnifico. Come appena svegliato.

Questa sera ho una conferenza che avrei dovuto tenere prima di ammalarmi.

Il ripasso lo faccio in giardino.

Mi muovo col sole.
Appena la sagoma dell’albero si allunga sposto la sedia di qualche centimetro. Vado a cercare il calore.

Ogni tanto alzo lo sguardo. Tra i rami, la casa aerea di un ragno ondeggia nell’aria.

Non troppo lontano stanno falciando l’erba. Mi arriva il suono di calabrone del motore e il profumo del prato.

M’incammino verso il bar con la tentazione di una birra.
Dentro è scuro come un antro e pieno di gente attaccata alle macchinette.

Non so cosa ci facciano lì con tutto quello che c’è fuori, ad aspettarli.

Poi sono di nuovo in giardino.
Il mio platano, che due anni fa davo per morto, è più rigoglioso che mai. Sta mettendo le foglie.

Tra poche ore sarà buio.
Io di nuovo in auto, verso un’altra biblioteca, a parlare di immagini, di libri per bambini.

E stelle, ancora, sopra di me. E stelle, ancora, dentro di me.

Fatta di due e-mail spedite dopo mezzanotte e scaricate al mattino, in coda nel traffico. Della musica che contengono.

Fatta del profumo di un sigaro acceso dentro la luce del pomeriggio, di come il fumo sale verso il cielo.

Di fotogrammi intravisti dal finestrino dell’auto: un cucciolo d’uomo che corre nell’erba,  gli alberi in fiore che s’incurvano al passare, il letto asciutto del Naviglio in quaresima e il vecchio ponte pieno d’edera.

La felicità è fatta del buio della cantina, del scendere le scale per cercare la bottiglia giusta: quella da bere guardando un film.
Dell’odore salato e muschioso che contiene, che stappa i ricordi e anticipa un sogno.

L’attracco dei traghetti alle cinque del mattino. La biglietteria, minuscola e bianca, che sembra piegarsi nel vento.
La sirena della nave in arrivo. La mezz’ora di traversata.
Ogni onda che colpisce lo scafo un metro guadagnato verso il centro del mio essere.

E’ la sagoma dell’isola, che si staglia compatta nell’azzurro, con le sue rocce aride, i suoi arbusti piegati, il suo gusto violento di bacche, le sue pecore sparse, i suoi asini lenti, il respiro del mio cuore che ti dono poco a poco.
Nel pensiero.

Soundtrack: Gary Jules, Mad World

c’è luce
alla base dei campi
e notte
dove l’uomo
costruisce la tana

l’occhio s’abitua
ai confini
tra le zolle
agli scheletri dei pioppi
a qualche rado fuoco

la coperta
della terra
s’addormenta
sognando
del cielo che s’inchina

poi
anche la mia sera
passa
col profumo dell’estate
che forse s’indovina

22 – 27.3.2002

Benvenuta, donna mia, benvenuta!
certo sei stanca come potrò lavarti i piedi
non ho acqua di rose né catino d’argento
certo avrai sete
non ho una bevanda fresca da offrirti
certo avrai fame
e io non posso apparecchiare
una tavola con lino candido
la mia stanza è povera e prigioniera
come il nostro paese.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!
hai posato il piede nella mia cella
e il cemento è divenuto prato
hai riso e rose hanno fiorito le sbarre
hai pianto e perle son rotolate sulle mie palme
ricca come il mio cuore cara come la libertà
è adesso questa prigione.
Benvenuta, donna mia, benvenuta!

Nazim Hikmet, da Poesie d’amore, traduzione di Joyce Lussu, Mondadori (Oscar classici moderni), 2002

Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
– Perché vendi questa roba? – disse il piccolo principe.
– E’ una grossa economia di tempo -, disse il mercante. – Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana. –
– E cosa te ne fai di questi cinquantatre minuti? –
– Se ne fa quel che si vuole… –
– Io -, disse il piccolo principe, – se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana… –

Antoine de Saint-Exupéry, da Il piccolo principe, Bompiani (Tascabili ragazzi), 1949, p. 101

Ieri sera cena con gli amici di sempre.

Pomodori verdi, lombo di cinta senese, caprini, burrata, casoncelli.
Vini eccelsi, come s’addice alla serata.
E il calore degli abbracci, dopo il pericolo scampato.

All’una di notte il cielo è limpido, ventoso.
L’eclissi di luna procede, arrossandole il volto. Intorno la luce è più fioca. Riesco quasi a contare le stelle.

L’autostrada è dritta e libera. Mi sento pronta per il sonno.

Domenica pomeriggio: si lavora.
Appena rientrata mi hanno già incastrata con una mostra.

Ma prima c’è tempo di scendere sul fiume incontro all’azzurro.
Di camminare lungo la massicciata del treno, come quand’ero bambina, e sentire il profumo di ferro delle rotaie.

L’acqua scorre quasi placida. Vicino a riva intravedo i sassi. Attorno alla chiusa si fa più schiumosa, quasi onda.

C’è ancora tempo per immaginare le barche che dondolano, pigre, nel porticciolo di Marina.
Di pensarmi seduta al caffè dove servono l’unico espresso decente, mangiando un dolce balcanico, gli occhi socchiusi per il troppo sole.

C’è ancora tempo per pensarti accanto a me, con il tuo sigaro in bocca e le lenti scure.

Senza nulla da chiedere, nulla da dimostrare, se non il semplice fatto di essere lì.

Tutto gira come dovrebbe.

Il lavoro arriva a ondate talmente alte da togliermi il fiato e, in teoria, anche il tempo per pensare.

Il sole splende nel cortile. Il cielo si riflette sui finestroni del colonnato.

Eppure non mi sento tranquilla, in pace.
Nemmeno io so come.

Vagamente inquieta, insoddisfatta, sottilmente triste, o un tantino spaventata, come prima di un compito in classe.

Insomma, un po’ così…
E vai a capire il perché.