Ieri sera cena con gli amici di sempre.

Pomodori verdi, lombo di cinta senese, caprini, burrata, casoncelli.
Vini eccelsi, come s’addice alla serata.
E il calore degli abbracci, dopo il pericolo scampato.

All’una di notte il cielo è limpido, ventoso.
L’eclissi di luna procede, arrossandole il volto. Intorno la luce è più fioca. Riesco quasi a contare le stelle.

L’autostrada è dritta e libera. Mi sento pronta per il sonno.

Domenica pomeriggio: si lavora.
Appena rientrata mi hanno già incastrata con una mostra.

Ma prima c’è tempo di scendere sul fiume incontro all’azzurro.
Di camminare lungo la massicciata del treno, come quand’ero bambina, e sentire il profumo di ferro delle rotaie.

L’acqua scorre quasi placida. Vicino a riva intravedo i sassi. Attorno alla chiusa si fa più schiumosa, quasi onda.

C’è ancora tempo per immaginare le barche che dondolano, pigre, nel porticciolo di Marina.
Di pensarmi seduta al caffè dove servono l’unico espresso decente, mangiando un dolce balcanico, gli occhi socchiusi per il troppo sole.

C’è ancora tempo per pensarti accanto a me, con il tuo sigaro in bocca e le lenti scure.

Senza nulla da chiedere, nulla da dimostrare, se non il semplice fatto di essere lì.

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