Sono sempre interessata quando si parla di giovani.

Ho avuto occasione di leggere il pamphlet, pubblicato on-line, scritto da Federico Mello e intitolato L’Italia spiegata a mio nonno.

Un po’ diversa la nostra situazione da quella degli Stati Uniti.

Vi offro uno spaccato del futuro disegnato da Mello:

Saremo uno sconfinato esercito dal 2040. Per ogni cento lavoratori ci saranno 60 ultra-sessantacinquenni. Sicuramente meno di due lavoratori per ogni pensionato. E quel pensionato sarò io nonno, e quel lavoratore mio figlio. Allora nonno questi dati ci dicono che tra alcune decine di anni avremo molti più pensionati ma con pensioni molto più basse: questa è la sola ragione per cui la spesa per le pensioni inizia a calare. Questo il futuro della mia generazione, il futuro per me che nel 2050 avrò 73 anni.
Questa la nostra radiosa vita. Iniziare a lavorare da precari con paghe insulse rispetto agli altri. Stabilizzarsi verso i 38 anni. Lavorare come minimo fino a 63 anni (ma anche molto di più) pagando tutte le tasse necessarie a sostenere le pensioni dignitose della generazione che è venuta prima di noi. Ben oltre i sessant’anni, andare in pensione con il 35% dello stipendio prendendo posto in una platea stracciona composta da una mole sterminata di cittadini anziani, pensionati e poveri. Bella prospettiva per l’Italia nonno. Che ne pensi? Sì, certo, magari grazie ad una fortuna congiuntura astrale la mozzarella di bufala sostituirà il riso come principale alimento mondiale. Allora saremo ricchi e ci saranno soldi e pensioni per tutti. Ma se questo non succederà nonno? Che faremo? Non sarò un pazzo pessimista quando dico che siamo messi male!

Ti chiedi ora nonno come in questa situazione non ci siano proteste, allarme sociale, proclami alla nazione e impegni dei politici. Secondo me perché tutto sommato abbiamo una sorta di fiducia un po’ ottusa, nessuno è disposto a credere che il futuro sia così nero. Questi temi sono complicati. Ed abbiamo problemi più urgenti da risolvere. E non possiamo immaginare che un pranzetto del genere ci sia stato apparecchiato, “alla fine siamo in Italia” ci diciamo, con la cultura cristiano-sociale e quella socialista-solidale. Ci fidiamo. Ci aspettiamo più di quanto avremo. Ma le cose vanno affrontate. Perché un conto è l’ottimismo, un altro è l’incoscienza. Incoscienza di una generazione che rischia grosso. Rischio grosso io, i miei amici, chi neanche conosco. Rischiamo grosso tutti, perché indipendentemente dai destini individuali (che si può sempre vincere alla lotteria, o inventarsi la next big thing e fare un mare di soldi come quelli di Google o di YouTube), la storia di un paese – il nostro- che cade a picco perché non ha da spendere, la storia della nostra amata Italia abitata nella stragrande maggioranza da pensionati poveri, non può piacere a nessuno. Allora bisognerebbe cambiare rotta. Da subito. Bisogna allora inventarsi modi per rilanciare la ricchezza del paese. Bisogna, nonno, immaginare uno stato sociale che dia opportunità di costruirsi un futuro a chi ne ha più bisogno. Alle nuove generazioni.

(da p. 31)

E per quanto riguarda la politica:

Una classe politica che conosce solo la cultura del “tempo indeterminato” di questa stessa cultura si è fatta interprete in prima persona. In questo c’è molto di quanto ha causato i nostri mali. Da noi le posizioni di potere sono immutabili. Assegnate per sempre. Si è nell’establishment per definizione. Non ci sono responsabilità commisurate alla capacità di raggiungere degli obiettivi, di mettere realmente in campo programmi e promesse, di trasformare visions in realtà. Ci sono solo della postazioni da occupare, da noi. Nella peggiore delle ipotesi ci si sbatte per trovare una collocazione a dei “senza poltrona”. Alla fine, di fatto, tutto ciò pesa enormemente su un paese che si vorrebbe dinamico, ma che risulta un corpo immobile da amministrare. Questa la politica italiana. Piccolo cabotaggio. Amministrazione. Al massimo affrontare le emergenze. Mai programmare. Mai guardare oltre il contingente. Il problema però è che questa politica è inadeguata alla società globale dell’informazione. E i tempi non aspettano. I tempi mutano. Galoppanti. Mutano nonno alla velocità dei microprocessori che da quarant’anni raddoppiano le loro prestazioni ogni 18 mesi. E per far rimanere tutto immutato per molti senza far crollare la baracca, si è trovato qualcuno che si sacrificasse e stringesse la cinta più degli altri. (…)

Al futuro? Chi pensa al futuro? Mi chiedi nonno. Ma dai, che fretta c’è? Al futuro si penserà in futuro. Se ne occuperanno le nuove generazioni. Le generazioni nate dagli anni settanta in poi che, senza voce e con le spalle al muro, non hanno avuto alcuno strumento per esprimere anche solo qualche perplessità riguardo lo sport nazionale di rimandare a domani quello che si poteva fare oggi.

(da pp. 38-39)

Brodoprimordiale farà anche bene ad avercela coi “ggiovani“, ma pure quelli della mia annata mi pare non abbiano tanto da stare allegri.

O no?