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Che tu sia veramente lì,
di questo mi devo
render conto,
dietro le lettere d’oro
alte centimetri tot
– minuta precisione
del marmista –

(Che sia volato un anno
e ritorni, mesto,
un compleanno pieno di vento,
giacché tu…)

Eh, sì, perché devo
passeggiare ancora lungo i viali,
respirare l’odore
d’un mese affaticato dalle piogge;
perché devo capire com’è
che il giorno prima c’eri,
che me ne sono andata al mare
camminando e parlando di te.

Perché devo
ritornare e vedere
e pensare, finalmente:
ho vissuto, ma valeva
tanto struggimento?

Che tu sia veramente lì,
di questo mi devo
render conto,
perché è così – tu lo sai –
la risposta ce l’ho
dentro,
ma mi piace cercare:
sperare che da nuove altezze
ora mi guardi.

29.4.1996

Undici anni dopo ne sono certa.

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Abbiamo raccolto spugne sulla spiaggia.
Guardato le zampe dei fenicotteri svaporare, nel riflesso della bassa marea.
Abbiamo mangiato, con le labbra salate, seduti all’ombra delle palme.

Sono stata fuori. Sono stata a casa.

Ti spio, sdraiato sul divano. Con i tuoi occhi azzurri. Con le tue onde lunghe.
Mi sembri quel gioco di luci e di specchi in cui annegavano i fenicotteri.
Mi sembri quel vento che faceva cantare il mio cuore, sotto le palme.

Non ho fatto nulla per meritarti. Ma sei qui.

“L’inizio tumultuoso della vita democratica porta le prime amarezze, per tante cose che non vanno come, nelle ore dell’attesa, della cospirazione, della lotta, si sperava sarebbero andate.”

Libertà non è quella della democrazia pre-fascista, in cui si poteva “parlar male del governo o leggere nel giornale finanziato dal gruppo A la critica al governo che per il momento fa gli interessi del gruppo B”.

Libertà è partecipare alla gestione del potere “di fatto, e non di nome”.

Bisogna, dunque, epurare totalmente la società italiana dal fascismo, che sopravvive nella “mentalità reazionaria”, “troppo conservatrice” e nella struttura della democrazia statale.

“Non sarebbe ora di iniziare un nuovo costume, proprio in questi giorni dell’insurrezione popolare? Il popolo non è veramente libero se non quando la burocrazia, trincerata dietro la muraglia inespugnabile della procedura e dei regolamenti, è sbattuta fuori… La legislazione nuova dev’essere creata ora, nella stessa prassi insurrezionale: di questo si tratta, e non di applicare ai danni o a vantaggio dei fascisti la legislazione fascista.” [*]

Il “problema del fascismo”, inoltre, non è semplicemente politico: non è sufficiente “avversare… gli uomini del regime e neppure la forma dittatoriale”, occorre, piuttosto, “tenere fede ai grandi valori della cultura europea senza dogmatismo, senza perdersi in vuote formule, senza soffocare in aride sistemazioni ciò che di vivo [può] esserci in tutte le correnti e le esperienze della cultura mondiale.”

Solo così è possibile battere spiritualmente il fascismo “e batterlo in modo costruttivo: creando una cultura che [sia] veramente tale, vasta e insieme profonda e unitaria, agile ma non dilettantesca, critica ma non scettica” [**], popolare non nel senso di divulgativa, ma “accessibile a tutti, non iniziatica”. [***]

Parole scritte appena ieri: sessantadue anni fa.

Buon 25 aprile.


[*] Giulio Preti, L’esperienza insegna, “La provincia pavese”, 04.05.1945, anno I, n. 20, p. 1 e Epurazione, “La provincia pavese”, 25.05.1945, anno I, n. 27, p. 1
[**] Giulio Preti, Antonio Banfi: un educatore, “La provincia pavese”, 29.07.1945, anno I, n. 57, p. 2
[***] Giulio Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi, 1957, p. 12

Stasera non c’è nessuno che m’aspetta.
Invece di cenare passeggio sull’alzaia del Naviglio.

All’inizio è tutto un grido di rondini, poi il crepuscolo cala, con una dolcezza sconcertante.

Il cielo si fa spazio, profumato di rosa e gelsomino.
Spunta, chiaro, uno spicchio di luna. Spuntano le prime, rare, stelle.

M’affaccio sulla chiusa, dove l’acqua romba forte, a intrecciare questa voce col ricordo di un’adolescenza libera, pensosa, trascorsa in cima ad uno scoglio.

Anche il sigaro ha un aroma d’antico e primitivo, che nei gorghi del fiume richiama altri vortici, marini, altre luci, riflesse nello specchio delle onde.

Dentro questa solitudine, cercata, gustata fino in fondo, ascolto i circoli del cuore per scovarvi tracce d’inquietudine, di quell’ansia sorda che per così tanti giorni ha dominato il sangue.

Ma non v’è nulla.
Solo una calma insperata e le memorie, gelosamente custodite, del nostro incontro di sabato.

Ho messo via ogni singolo fotogramma.
Ne ho fatto scorta previdente, contro l’inverno dello spirito che so, mio malgrado, tornerà.

La scatolina col regalo, il sapore del tabacco, le canzoni scambiate e poi cantate insieme.
La piega che fa il collo della tua maglietta sotto la giacca, la sabbia rimasta sulla punta delle scarpe, il moto lento del sole che tramonta nelle nuvole.

Parole, anche, che hanno accarezzato il mostro dentro me, mettendolo a dormire.
Come le hai dette, con quale sguardo, con quale tono della voce.

Silenzi, soprattutto.
Il modo speciale che hai di tacere. Così bello da ascoltare che mi dimentico di chiedere.
Ci sono tante cose che con te vorrei discutere, ma quando siamo insieme me le scordo.

E mani, e dita, e odori sconosciuti, e nello stesso tempo familiari.

E ritmi. Tutto al suo momento. Con la cadenza giusta.
La strada del ritorno non corre troppo in fretta.
Quando siamo sotto casa c’è ancora modo di salutarci, di abbracciarci. Tu ti concedi un po’ di più di quanto vorresti, perché sai che mi fa bene.

E’ qui, ora, in questa pace che risuona di nuovo di poesia. E’ qui che mi ritrovo.
E questo custodisco.

Soundrack: John Surman, Nestor’s Saga

Sono lusingata dal tuo apprezzamento per la mia intelligenza, per la mia capacità di esprimermi.
Ma cosa ti fa pensare che io abbia qualcosa da dire su tutto?

Le mie (poche) idee nascono con grande lentezza.
Richiedono studio, riflessione, metabolizzazione.

Spesso mi ritrovo a dire: “Non lo so ancora”.
Spesso provo il piacere d’imparare.
Assai più raramente quello d’insegnare.

Il mio modo di scrivere, il mio modo di essere, non collimano con i tempi rapidi dell’informazione.
E, in questo, mi ritengo presuntuosamente nel giusto.

Penso che sarebbe meglio rallentare tutti.
Che non sia necessario mantenere questo stile incalzante.
Al contrario, che sia proprio questo stile a circondarci di macerie.

Eppure la sfida me l’hai lanciata lo stesso.
Perché mi conosci bene e sai che, in un modo o nell’altro, cercherò di coglierla.
Perché sai che una delle cose in cui credo con sincera passione è comunicare, è la circolazione positiva del pensiero.

Proprio qui ti vorrei.
Mi piacerebbe averti con me. Nel fare, insieme, come un tempo.

Anch’io ti sfido, allora: ad esserci.
La prossima mossa tocca a te.

Che cosa sta avvelenando con precisione scientifica il mio cuore?

Perché i giorni dell’attesa non portano la felicità segreta che ha il respiro sospeso delle nuvole?

Perché quanto più s’avvicina il nostro incontro reale, tanto più quelli del sogno si fanno incalzanti e così carichi d’angoscia?

Le tue dita sul mio viso mi svegliano di scatto.
Mi ritrovo col fiato corto, come se qualcosa m’avesse bruciata.

La vita continua a scorrermi accanto.
Ascolto il suo rombo prepotente, ma non riesco ad afferrarla.

Chiudo gli occhi, inspiro forte e mi ripeto: “passerà”.

Passerà.

Devo berlo fino in fondo questo calice di dubbi.

L’aria entra dal finestrino e s’avvolge a spirale, scompigliando i pensieri.
Leggo che agli americani serve un libro perché si ricordino di pensare.
Guardo i loro telefilm: sono didascalici. Hanno bisogno che gli si spieghi tutto.
E noi gli andiamo ad assomigliare.

Non reggo la vista di notiziari, blob, report, discussioni e dibattiti da circo equestre.
Non reggo gli slogan: né urlati, né sussurrati, né soavemente digitati sulla tastiera.

Ogni volta che li ascolto, che li vedo, il mio filosofo riecheggia nella mente, come se lo avessi studiato ieri.

Banalizzerò moltissimo il suo pensiero, vittima io stessa, mio malgrado, di quella necessità di sintesi che spesso è un’ottima scusa per mascherare il vuoto spinto delle idee.
A lui non sarebbe piaciuto  affatto.
Ma spero mi perdonerà, un giorno o l’altro, dopo che avrà smesso di rivoltarsi nella tomba.

“L’irrespirabile totalitarismo che imperversa nella democrazia odierna”, scriveva nel lontano 1967 [*], “vorrebbe politicizzare tutto… Il filosofo si deve difendere come può da queste pretese…”

Ormai da tempo abbiamo conquistato una certa eguaglianza economica, che, però, non è di per sé sufficiente a schiudere alle nuove generazioni “le porte della cultura”, che è fatica, studio, disciplina, metabolizzazione “dei padri”, ovvero di una tradizione.

Questa è stata per troppi secoli appannaggio esclusivo delle classi più abbienti ed ora che vi “si affacciano in massa… si trovano davanti ad una cultura che non è stata fatta da loro… né per loro, e che presuppone valori che essi non sanno vivere”. [**]

La delusione determina allora il “risentimento totale: la distruzione totale della cultura e di tutti i suoi valori”.
“… tutti devono essere uguali, tutti devono non pensare, bensì marciare, dimostrare, contestare, rovesciare e incendiare automobili, picchiare la polizia, tutti insieme, con i medesimi slogans, uniti in un’unica mistica persona ribelle…”. [***]

Ecco quindi che la “persona”, intesa come cosmo di valori, come fondamento della moralità, della libertà, dell’autotrascendenza, capace di vivere in modo “autentico”, viene relegata ai margini della società democratica, in cui apparentemente trionfa la “massa”, in cui di fatto trionfano coloro che hanno gli strumenti per accedere al potere, per far valere i propri interessi a discapito di quelli altrui. [****]

Sento sempre più vere queste parole.

O quelle, ben più amare, di Quasimodo.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda
uomo del mio tempo”. [°]


[*] Giulio Preti, Un filosofo è un filosofo, “La Fiera letteraria”, 1967, n. 26, p. 53
[**] Giulio Preti, Que serà serà, Il Fiorino, 1971, pp. 15-18
[***] Giulio Preti, Crescete e moltiplicatevi, “La Fiera letteraria”, 1968, n. 34, p. 9
[****] Giulio Preti, La politica non fa la storia, “La Fiera letteraria”, 1967, n. 47, pp. 3-4

[°] Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, da Acque e terre, Edizioni di “Solaria”, 1930

(…)
sono state giornate furibonde
senza atti d’amore
senza calma di vento
solo passaggi e passaggi
passaggi di tempo
(…)

Frammento da Fabrizio de André, Anime salve

(…)

These words are too solid
They don’t move fast enough
To catch the blur in the brain
That flies by and is gone
Gone
Gone
Gone

I’d like to meet you
In a timeless, placeless place
Somewhere out of context
And beyond all consequences

(…)

If language were liquid
It would be rushing in
Instead here we are
In a silence more eloquent
Than any word could ever be

And is gone
Gone
Gone
And is gone

Frammento da Suzanne Vega, Language (testo, video)

[Grazie alla recensione di arquimede]

Non m’indurre
in tentazione
perché non so
difendermi
dal male

Ho una mia
pagana
religione della vita
prima d’arrendermi
mi batto

Oppure mi scanso
ma a volte
non è facile
se di mezzo
c’è l’amore

30.4.1998

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.
Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura.
(…)

Frammento da Salvatore Quasimodo, S’ode ancora il mare, in Tutte le poesie, a cura di Gilberto Finzi, Mondadori (Oscar Grandi Classici), 1995, p. 141

Soundtrack: David Gilmour, The Blue

C’è una bella differenza.

La stessa che passa tra una vera filosofa e una semplice filosof-fessa.

Con ciò mi taccio e mi rimetto tutta alle parole del n. 150 in questo post: http://akatalepsia.blogspot.com/2007/04/150.html

Oltre che al commento di amalteo, che segue.

Dopo una battuta così spiritosa posso fare a meno di partecipare all’ennesima catena? (Che i veri bloggers, quelli seri, chiamano meme…)

Dunque, il tema sarebbe: Cinque cose (sogni?) per cui sarei disposto a firmare carte false.

1. Trovare l’uomo della mia vita.
2. Poter dire quello che penso.
3. Non smettere mai d’imparare.
4. Riuscire a cambiare le cose che posso cambiare.
5. Riuscire ad accettare le cose che non posso cambiare.

Mmmm, già fatto. (Forse.)
😉

PS. Chi tra i miei blogfriends volesse continuare la catena è implicitamente invitato a farlo.

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata alla fine del mio gioco.

Umberto Saba, da 39 poesie, Mondadori, (I miti poesia), 1996, p. 7

Sera di temporale.
Cielo mezzo giallo e mezzo nero. Fiori bianchi sparati sulle nuvole.
Un trattore attraversa il campo come guscio di noce nell’oceano. Dove passa fa la terra scura.
Il fumo segue il disegno del vento.
Fari nella tempesta. Gocce sul parabrezza.

Ricordo una notte senza luna, in un mare di scintille.
Un’alba pulita di fresco e una sedia sospesa nel vuoto, di fronte al vulcano.
Percorro la solita strada, in un sogno.

La mia vita è soltanto un infinito ritorno.

Soundtrack: Kate Bush, Nocturn

Elrond mi ha incatenata.
Non posso esimermi.

E quindi.

SONO: Come mi vedi.
TENDENZIALMENTE SEMBRO: Scontrosa.
FREQUENTO: I miei amici.
EVITO: Le discussioni inutili.
AMO: La vita.
ODIO: La falsità.
ADORO: La mia isola.
DETESTO: Gli ipocriti.
RICORDO: Tutto.
RIMUOVO: Se lo rimuovo non posso saperlo…
RESTO INDIFFERENTE: Al superfluo.
MI COLPISCE: La cattiveria.
MI INNERVOSISCE: Chi pedala in mezzo alla strada quando c’è la pista ciclabile.
MI RILASSA: L’odore e il rumore del mare.
CHIEDO: Complicità.
OFFRO: Condivisione.
SE MI DANNO 10: Sono orgogliosa.
SE DO 10: Sono felice.
IMPAZZISCO: Per quello che mi appassiona.
MI DEPRIMO: Per l’incomprensione.
MI VESTO: Ogni mattina.
MI SPOGLIO: La sera, di solito.
MI ELETTRIZZA: La scoperta.
MI DEMORALIZZA: La rassegnazione.
MI PIACEREBBE: Una casa con un camino, una veranda e un fazzoletto di prato.

Sto leggendo, ascoltando, sognando, camminando, guidando, desiderando, lavorando, mangiando, respirando.

Aspettando.

Non sto vivendo.
Non sto scrivendo.

a F nel giorno del nostro matrimonio

Marito mio,
questa mattina
di primavera
mi faccio fiorita:
dalle tue labbra
sgorgano
catene di dolcezza –
con la promessa
che anello ambrato
stringe
– o trama
d’oro fine,
la mia vita
alla tua
s’avvince.