Il vento che raduna le nuvole, pastore del proprio gregge, mi mette voglia d’andare.

Taglio per i miei stenti campi.

Ormai così pochi che posso abbracciarli tutti con lo sguardo. Tracciare la linea immaginaria con cui li percorrerò, disegnando un circolo perfetto, per tornare sui miei passi.

Cammino. Sono qui e contemporaneamente altrove.
Nel presente e nel passato, che si fondono, in un’allucinazione.

Conto i giorni, ormai.
Pochi passi fino alla prua del traghetto. E giusto un braccio d’acqua, prima d’incontrare faccia a faccia i miei fantasmi.

Quelli che mi svegliano quasi ogni giorno, alle prime luci dell’alba, ora che l’estate è vicina. Con l’oppressione nel petto, presagi di sventura e un’ansia senza nome.

Ho provato a chiamarla: nostalgia, esilio, separazione. Sangue dei miei avi lontani da una patria, che sconto nel mio.

Ma non so se davvero sia questo. O altro. Che è rotto, separato, scisso.
E che solo l’amore sconfinato per la vita tiene insieme.