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Il foehn sta pettinando la mia campagna superstite, le mie erbe secche.

Lo guardo disegnare mulinelli nella polvere del cantiere.

E penso a cose ovvie, scrivo cose ovvie: abbiamo bisogno d’alberi, d’ombra, d’acqua che corre per rinfrescare l’estate.

(Era così, vent’anni fa, filari verdi lungo i fossi colmi fino all’orlo.)

Invece costruiamo nuovi muri di cemento e li riempiamo con l’aria condizionata.

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Il ronzare di una mosca.

La tenda traforata che stava davanti alla porta, per tenerle lontane.
Il rumore degli anelli che scorrevano sul bastone di ferro quando si entrava.

La cucina scura e fresca, dopo il bagno di sole nel cortile.

Il rumore delle stoviglie pesanti di ceramica, come nelle trattorie d’un tempo.
La bocca spalancata del camino, che profumava sempre un po’ di cenere.
La pendola che scandiva i secondi.
La tela cerata sul tavolo di marmo.

Le meraviglie che scoprivo ogni giorno, stipate nel sottoscala.

[…] Il fatto che si possa vivere una sola volta, che non si possa cancellare ciò che si è vissuto, che non si possa tornare indietro, che il tempo sia irreversibile, fa sì che ogni azione compiuta, che ogni vita vissuta, sia vissuta per sempre. […]

Frammento da Enzo Paci, Tempo esistenza e relazione, citato sempre da Clelia

La coscienza d’essere viene data in dono solo a chi ha provato la disperazione. La nostra coscienza ha questo di caratteristico: che può dire di essere, solo chi ha guardato in faccia alla morte. E’ infatti se stesso solo chi ha rischiato la propria natura fenomenica […].

Frammento da Karl Jaspers, Filosofia, citato da Clelia oggi

Tante parole, quasi tutte per te, dal primo giorno qui.

Troppe.

Perché solo nel bianco della pagina la parola respira. La si avverte.
Solo nello spazio vuoto la parola risuona. Acquista senso.

Silenzio, dovrei darti.
Silenzio.

Per pensarmi. Per rileggermi. Per riascoltarmi.

Silenzio, dovrei darti.
Silenzio.

Pare impossibile, con trentacinque gradi alla porta, ma ho paura dell’inverno.

L’inverno ha giocato con me, quest’anno, e quello prima ancora.

Mi ha tirato qualche unghiata e non so dire come mi sento, veramente. Se non che ho paura che ne venga un altro così. Di non rimettermi insieme.

Voglio per sempre questi trentacinque gradi,  quest’aria sospesa, questo vagare senza meta.

Te la scrissi nove anni fa, ma avrei potuto farlo ieri.
Che tutto ciò che è cambiato, fra noi, è cambiato in meglio.
E tutto quanto desidero è abbracciarti.
Ancora.

Abbraccio

abbracciami ancora
che io sia
questo lembo di nuvola

che nel distaccarmi
sia forte
il dolore
di perderti

(e poi si vedrà)

19.7.1998

Alle 4:40, sveglia, gli occhi spalancati. Ho lasciato il lavoro da solo sei ore.

Rinuncio al sonno, mi rimetto al computer e ascolto 5:55. (Mai canzone fu più appropriata.)

Buona notte, o buon giorno, a seconda dei gusti.

Alla ricerca del fresco, in cima ad un colle, per tutta la sera ho guardato gli aerei atterrare su Orio e decollare.

La pista era una trama di buio circondata di luci, come nel romanzo che amo.

Il vino era caldo quanto l’aria. Quanto le voci degli amici che mi circondavano.

Sono tornata in una vecchia casa di pietra, in val Borbera.

Nella camera da letto padronale ho assaporato la mia madeleine [°]: in questo caso non un dolce, ma un profumo.

Il profumo della stanza.

Del pavimento di legno, della polvere, delle coperte ingiallite, degli infissi corrosi, dei vestiti conservati in naftalina, dei bauli zeppi d’anticaglie, dei muri umidi, delle soffitte gonfie d’ombra.

E il profumo mi ha trasportata dentro gli ultimi anni dell’infanzia, come una macchina del tempo.

C’ero davvero davanti allo specchio dell’armadio, mangiato dai tarli, quello con i ritratti degli antenati appesi sopra.

C’ero davvero nella camera del nonno, con la porta della soffitta socchiusa, uno spiraglio intriso di mistero.

C’ero davvero a saltare sulle assi, infilandomi le spine nei piedi, a scrostare i pezzi d’intonaco che si staccavano dal muro.

Poi sono tornata indietro, con un lieve capogiro, senza sapere dove fossi.

Ho avuto bisogno d’uscire, di prendere aria, di consacrare questi ricordi alle stelle.

[°] In italiano.

La cascina dietro casa è stata abbattuta.
Presto toccherà anche agli alberi.

Al loro posto, tra un paio d’anni, sei palazzine.

Il fronte della via Gluck si allontana sempre più da Milano.
E io non so dove scappare.

Le sei di un pomeriggio d’estate, nel cortile, se tira un po’ di vento che rende il cielo brumoso della mia terra padana più simile a quello che amo, può accadere che il mazzo di carte del presente e del passato si rimescoli.

E questo è il cortile del palazzo in cui lavoro, a cui ora mancano i gradini su cui sedevo, per telefonarti, mentre eri in Bretagna, e questa è l’estate, ma non quella, perché i gradini mancano e tu sei a Dublino.

Eppure questo è il cielo di quell’estate e di tante altre.

Di quando dormivo sotto l’albicocco, nel cortile di mia nonna, sull’isola.

Di quando prendevo il vento sulla panchina, nel cortile della biblioteca in cui ci siamo conosciuti, in cui ho conosciuto mio marito, che non era ancora mio marito e neppure un amico, ma un collega con cui mi fermavo a chiacchierare, su quella panchina.

Questo è quel cielo che guardavo dalle finestre della filanda, il cielo dove seguivo viaggiare le nuvole, per distrarmi dal cemento del parcheggio, per smarrirmi nella sonnolenza delle stanze deserte e nel ronzio del condizionatore.

E’ il cielo dei campi da tennis.
Del cortile di casa, misurato in corsa con un amico con cui ho appuntamento fra tre anni.

Ed è il cortile del palazzo in cui lavoro. Pieno di polvere, circondato di case.
Ma con un buco azzurro in mezzo, che risucchia i pensieri e mi porta lontano.

Soundtrack: Pat Metheny, Last Train Home

Le case non hanno niente intorno
muri
o cancellate
s’affacciano da sole
sulla valle
Siamo in una terra
di confine
tra il passato
e l’avvenire.
Mi piace camminare
in queste strade
dove non succede mai
nulla
E’ ancora il tempo
che consuma
la polvere.

Montanèr di Sàrmede, 22 – 23.6.2001

Tutti gli anni la ritrovo, fedele a se stessa. A ridarmi le stesse emozioni.
A ricordarmi che ogni giro del cerchio non è mai il ritorno dell’identico.

Con te potrei
passare delle giornate intere
Mi piace quel che dici
I gesti che sai fare
Ma forse più il tuo modo
di tacere