Le sei di un pomeriggio d’estate, nel cortile, se tira un po’ di vento che rende il cielo brumoso della mia terra padana più simile a quello che amo, può accadere che il mazzo di carte del presente e del passato si rimescoli.

E questo è il cortile del palazzo in cui lavoro, a cui ora mancano i gradini su cui sedevo, per telefonarti, mentre eri in Bretagna, e questa è l’estate, ma non quella, perché i gradini mancano e tu sei a Dublino.

Eppure questo è il cielo di quell’estate e di tante altre.

Di quando dormivo sotto l’albicocco, nel cortile di mia nonna, sull’isola.

Di quando prendevo il vento sulla panchina, nel cortile della biblioteca in cui ci siamo conosciuti, in cui ho conosciuto mio marito, che non era ancora mio marito e neppure un amico, ma un collega con cui mi fermavo a chiacchierare, su quella panchina.

Questo è quel cielo che guardavo dalle finestre della filanda, il cielo dove seguivo viaggiare le nuvole, per distrarmi dal cemento del parcheggio, per smarrirmi nella sonnolenza delle stanze deserte e nel ronzio del condizionatore.

E’ il cielo dei campi da tennis.
Del cortile di casa, misurato in corsa con un amico con cui ho appuntamento fra tre anni.

Ed è il cortile del palazzo in cui lavoro. Pieno di polvere, circondato di case.
Ma con un buco azzurro in mezzo, che risucchia i pensieri e mi porta lontano.

Soundtrack: Pat Metheny, Last Train Home