Sono tornata in una vecchia casa di pietra, in val Borbera.

Nella camera da letto padronale ho assaporato la mia madeleine [°]: in questo caso non un dolce, ma un profumo.

Il profumo della stanza.

Del pavimento di legno, della polvere, delle coperte ingiallite, degli infissi corrosi, dei vestiti conservati in naftalina, dei bauli zeppi d’anticaglie, dei muri umidi, delle soffitte gonfie d’ombra.

E il profumo mi ha trasportata dentro gli ultimi anni dell’infanzia, come una macchina del tempo.

C’ero davvero davanti allo specchio dell’armadio, mangiato dai tarli, quello con i ritratti degli antenati appesi sopra.

C’ero davvero nella camera del nonno, con la porta della soffitta socchiusa, uno spiraglio intriso di mistero.

C’ero davvero a saltare sulle assi, infilandomi le spine nei piedi, a scrostare i pezzi d’intonaco che si staccavano dal muro.

Poi sono tornata indietro, con un lieve capogiro, senza sapere dove fossi.

Ho avuto bisogno d’uscire, di prendere aria, di consacrare questi ricordi alle stelle.

[°] In italiano.