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Ho recuperato un’amicizia, negli ultimi due anni, un’intimità che non fosse quella del lavoro.

Delle tante, questa promessa l’hai mantenuta.

Nei giorni del dolore e dello sconforto ti ho avuto vicino.

Mi manca tutto, ora.

Perché sei ritornato a far parte di me, della mia vita, della mia giornata, dei miei pensieri, dei miei sogni.

Posso tacere. Posso aspettare. Posso smettere di chiedere. Posso lasciare che il tempo passi, che la distanza diventi più grande di quella che è. Posso far finta di niente. Posso vivere anche dentro la tua assenza.

Ma non vedo il perché.

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E’ stato un sogno del mattino, di quelli in cui comincia ad insinuarsi la realtà.

Tu mi guardavi. Mi prendevi la mano.

Un gesto semplice, fraterno.

Come quando ci siamo rivisti, dopo l’avventura dell’ospedale, e mi hai detto “Sono contento che siamo qui”.

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Ecco, basta questo.

Il sole che cala sulle valli del Delta. E, se mi volto, una striscia rosa a dividere il grigio del cielo dal grigio del mare.

Bastano l’odore del vento, le grida dei gabbiani, lo scricchiolio dei gusci sotto le suole delle scarpe, i tronchi puliti da infinite maree.

Poi, a notte, la luce della luna sul canale, i tonfi dei pesci e lamenti d’uccelli che non indovino, nascosti dentro il buio. Frusciare tra le canne. Ronzio delle zanzare attorno al sigaro che ho acceso per scacciarle.

Bastano le paludi, le rane che si tuffano al passare, le minuscole pinete, il sole che abbaglia l’acqua, il gusto aspro del vino.

Per sedere al centro del mio essere. Chiudere gli occhi. Sorridere.

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Il tempo è gelatina in cui mi muovo senza capire dove.

Aspetto.
Aspetto che passi. Aspetto che arrivi.

Che passi l’animale che mi s’è seduto addosso e non se ne vuole andare. Che mi fa essere di nuovo qui, nel mio salotto, il sole dietro i vetri e l’impazienza di sentirmi ancora bene.

Che arrivi una parola buona, un gesto d’affetto, un nuovo posto da scoprire, una canzone da riascoltare all’infinito, un’occasione da non perdere.

Che passi. Che arrivi.
Il presente mi va stretto.

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A F. Per tutto.

mi sono fatta piccola
e dura
come una noce
ma come una noce
vedi
non sono che guscio

la vita
ha giocato col tuorlo

ogni unghiata
una ruga

poi è venuta l’onda
delle tue mani

17.11.1998

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Il sole è una palla di fuoco all’orizzonte.
Le mani sul volante, il finestrino aperto, l’aria dorata di settembre al tramonto, gli stop accesi dell’auto che mi precede.

Passa un’ambulanza, ululando. La fila di macchine sbanda leggermente e frena.
Respiro l’odore del granturco maturo ed è come se un’ondata m’investisse.

La stessa malinconia delle prime mattine di scuola. Lo stesso struggimento del ritorno a casa, dopo i compiti e i pomeriggi con gli amici.

Poi, un’angoscia sottilissima, un velo quasi impercettibile, in quella sirena blu che suona all’impazzata.

La stessa che si portò via mio padre. La stessa con cui accompagnai mia madre, lo stomaco chiuso in un pugno, sperando che lei almeno sarebbe tornata.

Ancora due minuti e sarò nello sguardo azzurro di mio marito. Ancora un minuto e questa giornata avrà il suo bene, nella cena, nei gesti tanto usati di chi si conosce a memoria.

Un altro giorno. Domani.

Soundtrack: Tracy Chapman, Be And Be Not Afraid (testo)

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Un’amica mi dice che sono la persona più comprensiva che lei conosca, che la mia capacità di entrare in empatia con gli altri è unica.

Ma mi dice anche che addentrarsi nei territori del mio spirito è pericoloso: sembra di aggirarsi in una cristalleria, dove, ad una minima mossa, si rischia di frantumare qualcosa.

Ed è proprio così.

Nonostante quest’aria scorbutica, questo fare scostante, sono sempre la bambina indifesa di un tempo.

Non che non ci abbia provato. A difendermi.

Nulla da fare.

Allora ho rinunciato. Ecco tutto.

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Troppe parole, caro M., ho messo tra noi.
Ti chiedo scusa.

Perché l’amore è molto più semplice.

Io ti voglio bene, tu mi vuoi bene. Questo si sa.

Però, poi, ci sono i gesti, i pensieri, le attenzioni.
Le piccolezze del vivere che ce ne danno conferma.

Se non ti piace un certo tuo modo di essere, ecco, puoi partire da qui.

Io sarò con te, in ogni caso. Come sempre.
Ma forse mi farai più felice.

E forse lo sarai anche tu.

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La prima volta che sono salita sull’autoscontro avevo tredici anni.
Ero con un compagno di classe più basso di me (cosa non facile), strabico, gran bestemmiatore. Fumava una sigaretta dopo l’altra e teneva il pacchetto nella manica arrotolata della t-shirt.
Un vero boss di periferia. Un bulletto di pessimo gusto, come tanti.
A parte le bestemmie, lo adoravo.

Portava l’automobilina come un pazzo, lanciandosi contro gli altri a tutta velocità.
Naturalmente stava mezzo fuori dal sedile, aggrappato all’asta da cui la macchina prende la corrente. Ancora oggi mi chiedo come arrivasse ai pedali.
Quando mi insegnò a guidare fu una vera promozione, per me. In qualche modo ero diventata la donna del boss.

Tutto questo mi ritorna, oggi, mentre passo accanto alle giostre, impedita dai motorini, da selvatici animaletti in t-shirt, con la sigaretta tra i denti.
Noi alla fiera ci andavamo in bicicletta, ma non è cambiato niente. Nell’anno di grazia 2007, alle porte di Milano.

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Le luci spente nella casa.
Fuori, l’avorio del crepuscolo.
E il vento.
Possente, maestoso.

Nessun rumore dentro la casa.
Possente, maestoso.
Solo il respiro del vento.

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Ho mandato in vacanza il mio amatissimo sposo. Io sono rimasta.
Non so ancora se sia un bene o un male.

So solo che il distacco è comunque doloroso: una piccola lacerazione, prima di abituarmi alla sua assenza, ad ascoltare la sua voce per telefono.

So anche che i miei occhi osservano sempre lo stesso identico orizzonte. Ormai da troppo tempo.
Non so se sia un bene. Non ancora. 

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