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Così, l’orologio ha percorso di nuovo tutto il quadrante del tempo ed ho un anno di più.

Sotto la pioggia battente di venerdì, in autostrada, poi nelle strade umide di Belluno, ho atteso i tuoi auguri come una schiarita, scrutando le nuvole.

Ed eccoli, finalmente, gioia dolce e struggente nostalgia; desiderati, ma per nulla scontati.

Ecco le azzurre colline venete farsi giallo e porpora nel sole che le accarezza; il cielo accendersi di luce, rotondo, e chiaro, e distante.

Nella mattina che s’apre, rigogliosa di campane, un altro incontro si prepara, inaspettato, improvviso, come le migliori sorprese che la vita riserva.

Un incontro che prende il sapore del mare, il colore suo sorriso, la confidenza di un abbraccio.

Anche questo nel mio giro di giostra, con le stesse domande di sempre, ancora senza risposte, ma con più ricchezza nel cuore.

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a m. b.

Avevo un tono grave
mentre lo dicevo
e non osavo
alzare gli occhi dal piatto
per paura
d’incontrarti

Perché il pudore
fa tremare più
dell’orgoglio:
non dio
ci perdona;
è il cuore.

31.10.1996

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Diamanti, frammenti di bellezza (sì, è di bellezza che abbiamo bisogno – concordo), nelle maglie della rete.

A te così vicina, da giorni, così dentro le tue parole che quasi le sento mie e non mi capacito di non avere saputo (potuto?) scriverle io stessa.

Ma, come dicevo, tutto scivola via, in queste ore. Non riesco ad afferrarlo.

E allora, di nuovo, ti cito. Ti riporto qui.

Nemmeno io so se i nostri intrecci, le nostre vicinanze, siano reali o virtuali. Se sarebbe (stato) lo stesso ad incontrarci di persona. (Qualche volta l’ho fatto e non è andata come avrei sperato.)

Ma le emozioni sono autentiche. La bellezza è genuina. Scovarla in un blog, in un libro, in un film, in un dipinto, non fa differenza.

O forse sì. La differenza è che con te ne posso discutere, pubblicamente. (Con Hikmet no, ad esempio.) E questo dovrà pure contare qualcosa.

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(…)

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti.

Traduzione:

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

Sarà l’ottobre, sarà l’aria azzurra, saranno i campi dei nomadi lungo la strada per il lavoro.

Ma mi sento così.

Corrente di ali senza casa. Fuoco di legna senza sogni di mare.

E tutto mi sfugge dietro il finestrino dell’auto che scivola via.

Soundtrack: Fabrizio de André, Khorakhané (A forza di essere vento)

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7 ottobre 2007

In un ingorgo apocalittico della domenica sera, la macchina è in panne poco prima di Pontremoli.

Se non fosse per il disagio e le ore di sonno perse, direi che c’è un disegno positivo dietro questo guasto.

Ci è dato di vedere il tramonto sulle montagne, il grigio degli spigoli farsi rosa, come una carezza.
Ci è dato di ascoltare il vento che si leva e trascina le chiome degli alberi fin sull’asfalto, tira giù dal cielo le costellazioni, riempiendoci gli occhi.

Il carro attrezzi vira per le curve, col suo lampeggiante arancio, e intorno è solo buio, e stelle, e vento.
Io di lassù mi sento come in plancia, ogni scossa del motore quasi un’onda che scuote la nave.

All’officina, blandamente rassicurati che riusciremo ad arrivare a casa, ci consigliano la statale della Cisa.

Ed ecco che l’auto s’avventura, lentamente, noi silenziosi, attenti ad ogni suono che possa assomigliare ad un nuovo presagio di sventura.

La strada serpeggia. Un tunnel di nulla nel folto del bosco.

Nelle sciabolate dei fari, sagome chiare emergono per un istante, come fantasmi, e si riconsegnano alle tenebre.
Profili di roccia; rami; ricci gonfi di castagne; una volpe che salta lesta sul ciglio e ci fissa, incantata dalla danza dei fanali.

La notte non vuole finire mai.
Scivoliamo verso valle totalmente smarriti, in una solitudine irreale.

Ma una volta guadagnata l’autostrada, dopo mille giravolte a seguire le rare indicazioni, il passo della Cisa si dissolve, con la sua bolla di magia.

Ci sembra di averlo quasi sognato.

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Marina di Pietrasanta, 7 ottobre 2007

Ho rubato una sedia all’Edy’s Bar.
L’ho portata sulla spiaggia, che non si vede dove finisce, da un capo all’altro, nell’azzurro della costa.

La luce fa specchio sull’acqua.
La brezza porta odore di marina e il rumore delle onde.

Sagome scure sulla battigia.
Rare vele strette, appena oltre la sabbia.

Alle spalle le rocce nude delle Apuane, nell’alto del cielo, con qualche spruzzo di neve.

L’ultimo sigaro dell’estate brucia con entusiasmo, senza spegnersi, come nei nostri incontri.

Riascolto la tua voce nelle le cuffie.
La tua telefonata è stata una sorpresa.

Indovino il tuo sorriso, senza vederti, quando dici “Mi sono tirato la cenere addosso: quello che di solito fai tu.”

E ti taccio la capriola del cuore. Ti taccio il desiderio di abbracciarti.
Non ti chiedo se mi hai letto, se mi leggerai.

Lascio le tue parole planare dentro di me, farsi largo nell’autunno, per condurmi al sole.

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Pietrasanta, 6 ottobre 2007

L’ora più dolce trascorre seduta sotto alberi dai tronchi possenti, con la luce gialla d’ottobre che declina e filtra tra le foglie in mille rivoli d’oro e accende il tappeto dell’erba di verde.

Un temporale brontola sulla città.
Dal mio angolo di mondo resta invisibile.

Qualcuno ha acceso la legna nel camino.
Il profumo arriva fin qui e più oltre, sotto il portico dove sono stese le olive.

L’ora sospesa trascorre indugiando in un niente tra quello ch’è stato e quello che verrà.

Un niente senza domande e senza risposte, ma tutto nell’attimo in cui il bambù si piega seguendo il muoversi dell’aria; in cui l’insetto ronza intorno alle mie dita che cercano i tasti; in cui il sole raggiunge la sommità delle pannocchie e vi si tuffa dentro.

Me ne andrò, tra poco, mi alzerò.
Percorrerò qualche metro, qualche passo crepitante d’autunno.

Tra poco. Ma non ancora.

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(…)

l’abbraccio adulto in un silenzio
scenico visibile
l’incendio è la stagione
delle tenebre bellissime
avevi fatto in aria un incantesimo
tu cosa sei per me?

Da Paolo Conte, Elegia

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Mi sembrava un sospiro
sulla scala

Sono andata giù
ma non ho trovato
nessuno:

era buio
lì intorno
dove prima vedevo la mano
 
il passato aspettava

26 – 27.9.1997

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