7 ottobre 2007

In un ingorgo apocalittico della domenica sera, la macchina è in panne poco prima di Pontremoli.

Se non fosse per il disagio e le ore di sonno perse, direi che c’è un disegno positivo dietro questo guasto.

Ci è dato di vedere il tramonto sulle montagne, il grigio degli spigoli farsi rosa, come una carezza.
Ci è dato di ascoltare il vento che si leva e trascina le chiome degli alberi fin sull’asfalto, tira giù dal cielo le costellazioni, riempiendoci gli occhi.

Il carro attrezzi vira per le curve, col suo lampeggiante arancio, e intorno è solo buio, e stelle, e vento.
Io di lassù mi sento come in plancia, ogni scossa del motore quasi un’onda che scuote la nave.

All’officina, blandamente rassicurati che riusciremo ad arrivare a casa, ci consigliano la statale della Cisa.

Ed ecco che l’auto s’avventura, lentamente, noi silenziosi, attenti ad ogni suono che possa assomigliare ad un nuovo presagio di sventura.

La strada serpeggia. Un tunnel di nulla nel folto del bosco.

Nelle sciabolate dei fari, sagome chiare emergono per un istante, come fantasmi, e si riconsegnano alle tenebre.
Profili di roccia; rami; ricci gonfi di castagne; una volpe che salta lesta sul ciglio e ci fissa, incantata dalla danza dei fanali.

La notte non vuole finire mai.
Scivoliamo verso valle totalmente smarriti, in una solitudine irreale.

Ma una volta guadagnata l’autostrada, dopo mille giravolte a seguire le rare indicazioni, il passo della Cisa si dissolve, con la sua bolla di magia.

Ci sembra di averlo quasi sognato.

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