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Mi è capitato di pranzare davanti al telegiornale.

Primo servizio: sciopero.
Contenuti: -Mah, non so, siamo qui, aspettiamo.- -Insomma, io devo andare a lavorare!-
Cambio canale: stessa solfa.
Cambia servizio: la qualità dell’informazione è la stessa.

Spengo la televisione. Accendo il sigaro.
Nuoce meno alla salute.

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mi dici lo faremo nascere
lo culleremo
in un nido di lana

l’attesa dunque non è
stata vana
misurata la pazienza

24.11.1998

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I nuovi vicini sono gente dell’Est. Non si sa da dove vengono, né, esattamente, quanti sono.

Ne incontro un paio sulle scale: – Buongiorno -, – Buongiorno -.
E mai che mi venga in mente di presentarmi, di dire benvenuti, se avete bisogno di qualcosa io sto al piano di sopra.

Da quando sono diventata così? O lo sono sempre stata?

Io che dò del lei ai venditori senegalesi (a un italiano darei del lei, quindi mi sembra il minimo).
Mi comporto così perché sono stranieri? O lo farei in ogni caso?

Comincio a pensare oddio non pagano l’acqua e se non pagano le spese?
E se lasciano la spazzatura in giro? Se non puliscono la scala? Se s’installano la cassetta della posta bucando il muro condominiale, senza dir niente a nessuno?

Penserei lo stesso se fossero italiani?

Invece sembrano brave persone. Non si sono ancora ambientate, certe cose non le sanno. E poi c’è la difficoltà della lingua.

Sembrano brave persone. Migliori di noi.

Hanno rastrellato tutte le foglie (nessuno gliel’ha chiesto, noialtri non l’avremmo fatto). La scala profuma di pulito.
Sono più silenziosi, più educati, più ordinati dei loro predecessori lombardi.

E mai che mi sia venuto in mente di dire grazie.

Da quando sono diventata così?

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Pianto antico è ancora
Decollato via
Verso altri luoghi
Non sai ch’io vivo?

O lo sai, ma non vuoi.

Non ti accorgi
Che ti guardo
Ogni momento
Che vivi

Ogni istante, io.

1984

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Ieri tornavo a casa ad un’ora insolita: era ancora il tramonto.
Il vento aveva ripulito il cielo e le montagne scintillavano nella luce.

Nel cd avevo la musica che abbiamo ascoltato con le tue foto dell’Africa.
(Avevo pensato subito, sentendola, che fosse una colonna sonora perfetta per quelle immagini.)
Così continuavo a vedermele di fronte, come diapositive proiettate nella mente, in mezzo al mio viaggio.
I paesaggi sterminati, i volti dei bambini, le capriole intorno al pallone.

Un’auto. (Qui.)
(Click.)
Un elefante. (Là.)

Uno spruzzo di neve. (Click.) La scuola in mezzo alla savana.
Una nuvola. (Click.) La fila di jeep nere sull’orizzonte sconfinato.
Un cartello. (Click.) L’elicottero che si alza in volo.
La spazzatura ai bordi della strada. (Click.) Il camion gremito di gente che va la mercato.

Pensavo che ci sono decine di posti in cui non andrò mai.
Ma mi piace sentirli raccontare, da te che ci sei stato.
E non m’importa che la mia fetta di mondo sia così sottile, se posso guardare coi tuoi occhi.

Soundtrack: Agricantus, Hawa

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Ma nonostante il pessimo sapore dell’asfalto, dei gas di scarico, del vino e del whisky, non è questo che ricorderò.

Non è il modo di vivere insano che perseguiamo senza una ragione. E nemmeno l’amaro in bocca di vedersi senza incontrarsi.

Ricorderò il tuo sorriso, invece. Il fumo rotondo nella luce del monitor, le piccole cose che ti circondano ogni giorno, a cui non fai più caso.

Mi cullerò dentro la musica. E nelle immagini di tutte le volte che ti ho avuto con me.

Soundtrack: Brett Dennen, Ain’t No Reason

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Oggi è un nuovo giorno, sgusciato dalla bruma del mattino.
Abbiamo lasciato aperte le persiane per far entrare l’alba.
La luce è come miele spalmato contro i vetri.

Andiamo in cerca del Po che la rugiada è ancora alta.
Stradine tutte curve in cui s’incrociano trattori.
Infine il grande fiume, aperto, scintillante, il silenzio ronzante della campagna vicina al mezzogiorno.

L’argine fangoso continua per chilometri.
Sulla sinistra i boschetti ordinati, coi tronchi d’argento; i campi dalla terra nera, grassa, rivoltata; le stoppie pungenti del granturco. Le foglie che ci nevicano in testa ad ogni soffio di vento.
A destra il fiume, placido; qualche rado arbusto; il volo elegante degli aironi.

Più tardi ci sediamo sulla riva.
Tengo gli occhi chiusi nell’azzurro e soffio lenta il fumo, mi circondo del suo aroma.
Decine di coccinelle vengono a cercarci. Le guardiamo atterrare e decollare dalla punta di un dito, dal palmo della mano.

Osservo l’ombra allungarsi verso l’acqua, col procedere del giorno.
Presto mi lambirà la testa, le spalle, la schiena.
Intanto indugio in questa sospensione e non mi manca nulla.

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E’ cominciata così.
Con gli spari dei cacciatori tra le canne del bambù, il muggire delle vacche, l’odore del fieno così forte che ubriaca e le anatre di legno distese a pelo d’acqua, per richiamo.

I due taxòdi a guardia delle mura seicentesche e il cielo blu che solo ad Ognissanti, qui nella Bassa.

Poi sono venuti il portico brulicante di cuccioli, il ciocco che scoppietta nel camino, i cavalli carichi di mosche, il disco rosso del sole che incendia i pioppeti, le caldarroste fumiganti nella sera.

Silenzio, nella camera enorme.
Luci fioche, pavimento di cotto, letti alti in cui smarrirsi sotto un palmo di coperte.

Intorno sono i campi, i filari, le siepi, le stalle, gli insetti, la rugiada, le costellazioni.
Il buio sconosciuto, senza rumore umano.

La nostra solitudine, gettati in mezzo alla natura, pure con questi mattoni antichi a protezione, quasi mi ferisce.
Ascolto per ore il sangue pulsarmi nelle vene, finché non mi addormento.

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