E’ cominciata così.
Con gli spari dei cacciatori tra le canne del bambù, il muggire delle vacche, l’odore del fieno così forte che ubriaca e le anatre di legno distese a pelo d’acqua, per richiamo.

I due taxòdi a guardia delle mura seicentesche e il cielo blu che solo ad Ognissanti, qui nella Bassa.

Poi sono venuti il portico brulicante di cuccioli, il ciocco che scoppietta nel camino, i cavalli carichi di mosche, il disco rosso del sole che incendia i pioppeti, le caldarroste fumiganti nella sera.

Silenzio, nella camera enorme.
Luci fioche, pavimento di cotto, letti alti in cui smarrirsi sotto un palmo di coperte.

Intorno sono i campi, i filari, le siepi, le stalle, gli insetti, la rugiada, le costellazioni.
Il buio sconosciuto, senza rumore umano.

La nostra solitudine, gettati in mezzo alla natura, pure con questi mattoni antichi a protezione, quasi mi ferisce.
Ascolto per ore il sangue pulsarmi nelle vene, finché non mi addormento.

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