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vado a prendermi il silenzio
il vento nei pini

(l’onda sullo scoglio
le mani sulla faccia
i gomiti sulle ginocchia)

la vita non può essere
un andare e venire
soltanto

(mi prendo
questo tempo)

ma qualcosa che ancora
non so

15-26.3.2008

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Ecco, è la mia anima distesa tra i bit.

Ho cercato di tacere.

Ma poi ho visto il cielo così aperto, ho respirato la luce.

Pensato che siamo vivi. E finché siamo vivi all’infinito bene che possiamo farci.

Le parole bruciano come lava. Eppure scrivo dell’amore.

Dopo nove anni ho ripreso a raccogliere poesie. Queste sono illegittime.

Ma forse un giorno le conoscerai.

Intanto eccomi. Sono qui.

Questa è la mia anima distesa tra i bit.

Ne faccio dono a te.

A te, il mio dono tremendo di parole.

“Nasco al tuo lume naufrago,
sera d’acque limpide.

Di serene foglie
arde l’aria consolata.

Sradicato dai vivi,
cuore provvisorio,
sono limite vano.

Il tuo dono tremendo
di parole, Signore,
sconto assiduamente.

(…)”

Salvatore Quasimodo, Al tuo lume naufrago, da Erato e Apòllion

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Poesia illegittima

Quella sera che ho fatto l’amore
mentale con te
non sono stata prudente
dopo un po’ mi si è gonfiata la mente
sappi che due notti fa
con dolorose doglie
mi è nata una poesia illegittimamente
porterà solo il mio nome
ma ha la tua aria straniera ti somiglia
mentre non sospetti niente di niente
sappi che ti è nata una figlia.

Vivian Lamarque, da Poesie 1972-2002, Mondadori, Milano, 2002

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Nel bisogno tutto s’amplifica.
Divento fragile, tesa come vetro
tagliente e cattiva.
Una querula
voce d’infante
che pigola.
Mi perdo nei miei labirinti.
Smarrisco il te reale per quello immaginato.
Chiudo fuori la vita.
Maledico il veleno
che m’opprime.

Devo darrmi tempo
e spazio.

I giorni
uno dopo l’altro.

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silenzio
sprofondo dentro il silenzio

fossati cancelli contrafforti
come il castello dall’altra parte del fiume

(circondami con le braccia
deporrò le armi)

(dimmi che mi vuoi bene
le mura si sgretoleranno)

(costruiscimi un ponte per varcare l’orgoglio
mi farò coraggio)

la tua mano gentile
sulla fronte
e non ho più difese

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che cos’è questo sole
che brucia
così forte
nel cuore

la primavera
si distende
radiosa
nei prati

i rami
s’incendiano
di rosa
e di bianco

ma io
che farò
delle mie scarse
parole

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Ci vogliono una serena forza, marito mio, un amorevole coraggio, una sterminata fiducia, e accettazione, e consapevolezza, e rispetto, per sopportare, per supportare, questa moglie così com’è.

Con i suoi sentimenti prepotenti, che non abbracciano solo te, con i suoi desideri incarnati nella vita, con la sua esaltazione e il suo stupore, con la sua totale mancanza di misura, nel dolore come nella gioia, nell’epicureismo come nello stoicismo.

Grazie per ogni singolo, insignificante, momento quotidiano diviso insieme a te.
Grazie per l’interezza con cui, sempre, mi ricevi.
Grazie per la comprensione profonda del mio nocciolo più oscuro, sconosciuto anche da me.

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Ha un profumo il cielo, stasera, di fieno fresco e pioggia lontana, talmente dolce, persuasivo, che non mi provo neppure ad accendere il sigaro, per non inquinarlo.

L’aria è frizzante, la stellata pulita, nonostante le luci della città e degli aerei che s’allontanano rombando.

Seguo quest’orizzonte di suoni e subito sono con te, con il desiderio di condividerlo.

Manca poco all’incontro, eppure mi sembra impossibile che tu questa notte sia dentro una distanza, ancora, una distanza che il mio pudore non riesce a colmare.

Ti penso. Cosa stai facendo ora?

Penso al tuo computer acceso, al bagliore dello schermo nell’ufficio semibuio, agli anelli di fumo oltre la tua testa.

E mi sembra impossibile che i tuoi occhi siano lontani dallo spettacolo che sto assaporando.

Mi maledico perché mi sono votata al silenzio, così non ti scriverò, oggi, come altre volte ho fatto, “Ehi, guarda che cielo, stanotte”.

Annusa che cielo, stanotte.

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oggi è maggio e ha il gusto di un toscano originale
intanto che le ore passano cammino
mi siedo nel parco
annego dentro il cielo più azzurro dei prati
nelle onde del vento che hanno il rumore delle pinete dell’isola
guardo il fuoco lambire i ciocchi nel forno del pizzaiolo egiziano
mangio un kebab con la carne calda che mi cade tra le dita
bevo una birra come se fosse l’ultima
guido con i finestrini aperti la musica al massimo l’aria che mi scompiglia i capelli già grigi
a chi insegnerò tutto quello che ho imparato?
a chi racconterò tutto quello che ho sognato?
che cosa resterà di tutto quello in cui ho creduto?
stasera solo stelle profumo dell’estate
la notte alta in cui mi perdo e mi confondo con la vita

Soundtrack: Eddie Vedder, Long Nights (testo)

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