Trieste è un città scontrosa, ma gentile.
Davvero un ragazzo con le mani troppo grandi per regalare un fiore – come scriveva Saba.
Un crocevia di popoli dalle molte lingue.

Ascolto rapita il dialetto così simile a quello di mio padre, che ormai non ho più occasione di parlare.

Poi, a cena, quasi mi commuovo davanti alle patate in tecia e a un piatto di capuzi garbi che sembrano quelli dell’infanzia.

Mi salvano l’aria frizzante del Carso, la tavola imbandita al limitare dei vigneti, la notte senza luna in cui i bambini si rincorrono sull’aia e il ballatoio da cui contemplo le luci lontane, là dove il mare, a stento, s’indovina.

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