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E’ un po’ di tempo che mi sveglio alle cinque e per ore attendo il sonno che non viene.

Ti ascolto respirare, disteso accanto a me: il tuo russare lieve, gentile, come tutto è gentile, in te.

Vorrei esserti vicino, nei tuoi sogni, invece è fatale che siamo qui, l’uno accanto all’altra, eppure ognuno nel suo mondo.

Io che ho basato tutta la mia vita sull’amore sono destinata a perdere.

L’amore non può raggiungerti ovunque, varcare la soglia del sonno, sconfiggere la morte.

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Il primo aprile di cinque anni fa mi hai presa in moglie.
Gli amici che avevamo invitato ci telefonavano per chiederci se fosse uno scherzo.
Ma non lo era. E non è stato uno scherzo vivere con me.
Io festeggio ogni giorno il nostro anniversario. Ogni giorno che la vita mi regala per svegliarmi ancora accanto a te.

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Ci vogliono una serena forza, marito mio, un amorevole coraggio, una sterminata fiducia, e accettazione, e consapevolezza, e rispetto, per sopportare, per supportare, questa moglie così com’è.

Con i suoi sentimenti prepotenti, che non abbracciano solo te, con i suoi desideri incarnati nella vita, con la sua esaltazione e il suo stupore, con la sua totale mancanza di misura, nel dolore come nella gioia, nell’epicureismo come nello stoicismo.

Grazie per ogni singolo, insignificante, momento quotidiano diviso insieme a te.
Grazie per l’interezza con cui, sempre, mi ricevi.
Grazie per la comprensione profonda del mio nocciolo più oscuro, sconosciuto anche da me.

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alla fine ti amo
come quando ogni mattina
vieni al mondo
per lo sguardo che schiuma
dal profondo
e conquista il suo potere
se ogni cosa china
il capo
al volere delle mani
se s’abbandona incerta
a gesti lenti – piani
e sale al tuo richiamo

14.12.1998

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Ho traslocato, smontato e rimontato una ventina di computer.
Inscatolato libri, riposizionato libri.
Mi sono svegliata presto e coricata tardi. Fatto i numeri per leggere qua e là.
Ho ascoltato il telegiornale, anche.
E sono stata a Genova, a guardare i cavalloni alti, verdi e grigi, le spume bianche contro la riva, a Boccadasse.
A bere in un posto tapezzato da bottiglie di rum.
A fumare sulla spiaggia il 9 di dicembre.
Sono scivolata tra le tue braccia che non era ancora l’alba. Le tue braccia calde intorno a me.
Ho guidato nella nebbia. Ho guidato nel sole.
Tra le ciminiere e le montagne.
Ho sentito musica, parole, discorsi, urla, imprecazioni.

Con un po’ d’affanno.
La fine di quest’anno scivola.

Soundtrack: Linkin Park, Leave Out All The Rest

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mi dici lo faremo nascere
lo culleremo
in un nido di lana

l’attesa dunque non è
stata vana
misurata la pazienza

24.11.1998

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A F. Per tutto.

mi sono fatta piccola
e dura
come una noce
ma come una noce
vedi
non sono che guscio

la vita
ha giocato col tuorlo

ogni unghiata
una ruga

poi è venuta l’onda
delle tue mani

17.11.1998

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Ho mandato in vacanza il mio amatissimo sposo. Io sono rimasta.
Non so ancora se sia un bene o un male.

So solo che il distacco è comunque doloroso: una piccola lacerazione, prima di abituarmi alla sua assenza, ad ascoltare la sua voce per telefono.

So anche che i miei occhi osservano sempre lo stesso identico orizzonte. Ormai da troppo tempo.
Non so se sia un bene. Non ancora. 

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Perché scrivo così poco di te, marito mio, me lo chiedo spesso.

Poi arriva, inaspettata come sempre succede, una risposta:

Di te non scriverò, / io sono tutta scritta di te. / Non c’è al di là del mio margine ombroso / pagina chiara che ti possa accogliere.
Elena Clementelli, citata da akatalēpsía  nel post 380.

(Grazie, ancora una volta, Clelia.)

Porto ancora le ferite, nel dorso della mano, nel polso.
Guardo le cicatrici cambiare colore, mentre la pelle s’arrossa e comincia a scottare.

Posso ancora decidere di partire.
Guidare un paio d’ore finché il paesaggio non corruga e chiese spuntano in cima alle rocce e pascoli s’allargano verdissimi, la terra smossa, pettinata dai trattori.

Posso ancora bere. Cenare.
Uscire nella notte a caccia di stelle, sulle strade buie e silenziose dei monti.

Posso addormentarmi nel caldo del pomeriggio, stordita dal vento e dalla luce.
Bere alla fontana, con l’acqua che scivola nel collo.

Posso tornare al mio balcone.
Scrutare il futuro, all’orizzonte. Pensare che forse voglio un figlio.

Soundtrack: James Taylor, You Can Close Your Eyes

Abbiamo raccolto spugne sulla spiaggia.
Guardato le zampe dei fenicotteri svaporare, nel riflesso della bassa marea.
Abbiamo mangiato, con le labbra salate, seduti all’ombra delle palme.

Sono stata fuori. Sono stata a casa.

Ti spio, sdraiato sul divano. Con i tuoi occhi azzurri. Con le tue onde lunghe.
Mi sembri quel gioco di luci e di specchi in cui annegavano i fenicotteri.
Mi sembri quel vento che faceva cantare il mio cuore, sotto le palme.

Non ho fatto nulla per meritarti. Ma sei qui.

a F nel giorno del nostro matrimonio

Marito mio,
questa mattina
di primavera
mi faccio fiorita:
dalle tue labbra
sgorgano
catene di dolcezza –
con la promessa
che anello ambrato
stringe
– o trama
d’oro fine,
la mia vita
alla tua
s’avvince.

Quando torno stai già dormendo, ma ti svegli un po’, per salutarmi, un occhio ancora chiuso.

Nella penombra della stanza più che altro ti indovino.
So esattamente dove sei. Quale e quanto spazio occupa il tuo corpo.

So dov’è la barba, l’espressione compiaciuta di trovarti dentro a un letto.
Dove sono le spalle, quelle in cui affondo la faccia quando il mondo colpisce troppo duro, oppure ho solo voglia di coccole.
So dove sono le mani. Le tue mani gentili, che osservavo, quando ci siamo conosciuti, sperando che mi accarezzassero la fronte.

So dov’è il tuo respiro. E lo ascolto, ora che la stanza si fa buia. Lo sento farsi più grave, più profondo.
Scivolare nei sogni.

Ecco, è questo il mio momento preferito. Quando mi abbandoni per il tuo viaggio notturno ed io resto sulla riva, ad aspettare, ancora qualche istante.

Questa è l’ora di tutte le domande.
In cui mi chiedo chi è quest’uomo, addormentato accanto a me. Quest’uomo così pazzo da dividere il mio letto. La mia vita.

Ogni tuo respiro è una risposta.

Li conto. Si dilatano. Cominciano le immagini: ricordi, fantasie, non so più bene cosa…
Anche la mia nave sta salpando.

A mio marito

Tu hai il privilegio, o la sfortuna, di convivere con la mia parte più segreta: quella fragile, bisognosa di cure, sempre incerta, che naviga a vista.
La parte che, spesso, cerco di nascondere perfino a me stessa: quella che non crede nel proprio valore. Una bambina sola: perfettamente a suo agio sulla terra, ma incapace di stare con i propri simili.

L’ho consegnata nelle tue mani, perché tu soltanto hai avuto il rispetto, la pazienza, la dolcezza di custodirla.
E di prendere anche lei, insieme a tutto il bene.

Ti sembra che con altri sia più facile.
Lo è. Loro non devono fare i conti con la parte che solo tu comprendi, che rendi sacra e speciale con il dono della condivisione. Con le tue infinite carezze.

E questa, che ho imparato con te, è l’unica definizione di amore che conosco.

Una coppia a cui vorrei che assomigliassimo.
Lui e lei, rugosi e nodosi. Insieme coltivano il giardino. Leggono. Si scambiano i libri.
Escono ed entrano in biblioteca.

Ho pensato che hai i capelli grigi. Le rughe intorno agli occhi.
Io non conto più i miei chili di troppo.

Ho pensato che ti guardo, prima di addormentarmi. E non ci posso ancora credere.
Che tu abbia voluto un giorno, che abbia scelto di diventare mio marito.
Ti guardo. E vedo il ragazzo con la camicia che gli esce dai jeans, i capelli spettinati, il motorino scassato.

Ho pensato tutto questo e ricordato i versi che avevo letto in un libro di Asimov.
Dei versi tristi, ma bellissimi, che vorrei recitarti stasera e tutte le sere che il destino ci darà.
Te li sussurrerò, come la formula magica che possa trasformarci, con gli anni, in quella coppia di nodosi vecchi che si amano, nonostante il tempo, o, forse, grazie al tempo.

Grow old along with me!
The best is yet to be,
The last of life, for which the first was made (…)
Robert Browning, da Rabbi Ben Ezra, in Dramatis Personae, 1864

Invecchia con me!
Il meglio deve ancora venire,
L’ultima parte della vita, di cui la prima è solo il preludio (…)
Traduzione presente nell’edizione italiana di Paria dei cieli, Mondadori, 1988

Marito mio,

da circa un anno ho ripreso a scrivere. Come ti accennavo, ho messo su un blog.

E’ da diverso tempo che avrei voluto darti l’indirizzo, ma mi ha sempre trattenuto il timore che, leggendo, tu potessi in qualche modo offenderti.
Perché, come ti sarà subito chiaro, la maggior parte di ciò che ho scritto è un dialogo con M.

Non l’ho deciso. E’ successo.
Ho cominciato a scrivergli per chiarire (per chiarirmi) alcune cose e il resto è venuto da sè.

Ma, a pensarci bene, era destino.
Perché, come sai, parlare con lui mi risulta abbastanza difficile.
E anche perché M non è semplicemente una persona cui voglio molto bene. E’ un simbolo.
Il simbolo di un nodo irrisolto che mi trascino dietro.
E questo suo essere un simbolo non semplifica le cose, almeno dal mio punto di vista.

Dunque, ho cominciato a scrivergli.
Ma è stato soprattutto uno scrivere a me stessa, che, tanto, lui non mi ha mai risposto. Né mai lo farà.

E così, dopo un po’, avendo accumulato qualche riga non proprio disprezzabile, mi è venuta la curiosità di aprire il blog, di vedere che cosa sarebbe successo.
Questo, naturalmente, non lo so ancora.

Ma intanto scrivere mi ha fatto bene. Mi fa bene.
Mi aiuta a mettere ordine, a lasciar cadere le domande, dentro di me, con il giusto peso.

E’ stato un anno di trasformazione.
Sento che sono ad un punto di svolta, come quando, avendoti conosciuto, sentivo oscuramente che il mio futuro era con te.

E’ un amalgama ancora molto confuso, ma qualcosa verrà fuori.
E chissà che, tra l’altro, non venga fuori anche un equilibrio nel mio rapporto con M.

Magari, dopo tutto, imparerò come funziona. O magari no.
Ma intanto sono qui, ogni giorno, insieme a te.

Per questo a te non avrei potuto scrivere: sei troppo parte della mia vita. Tu sei la mia vita.
Avevo bisogno di acquisire una distanza, una separazione.

Allora, caro marito mio, ti offro un anno di parole, con la preghiera di farmi sapere cosa ne pensi e che cosa provi.

Discutiamone insieme, quando le avrai lette, che la conversazione quotidiana, con te, è incessante come il battere del cuore.
E voglio, e spero, che lo sia fino alla fine.

Con immenso amore, sempre.

La tua @