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io sono una chitarra che suona secondo questa musica, tu il vento che la fa cantare

i versi toccano le corde come un pianto dolce

io sono una chitarra
rossa del mio sangue, intingi le dita dentro al cuore

io sono una chitarra che suona nel silenzio della sera
una chitarra azzurra
tu tocchi le mie corde, sei il vento che le fa vibrare

l’oceano dove prendo il largo

la vela che mi fa salpare

io suono senza sosta col mio pianto rosso
suono senza sosta col mio pianto azzurro

sei lo spartito che io seguo senza sosta

tu sei la notte a cui tornare

Soundtrack: Sigur Rós, Við spilum endalaust (testo)

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Bisognerebbe chiudere le tende su questo giorno vestito a festa in cui tutto mi parla dello splendore della vita.

Nella mia anima brucia una febbre cattiva.

Dovrei rifugiarmi dentro la terra, in una buia, umida tana, dove guaire non vista finché non ho più occhi per piangere.

Finché non ho più forza di urlare.

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(…)

so lead me to the harbour
and float me on the waves
sink me in the ocean
to sleep in a sailor’s grave
to sleep in a sailor’s grave

my heart is full
my heart is wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

my heart is full
my heart is wide, so wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

Moby, Harbour

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In viaggio, notte tra il 25 e il 26 giugno

Filano via veloci i boschi della Slovenia e i cerbiatti che giocano con i fari della nostra auto.
Poi è un mattino azzurro sui monti della Lika che spuntano dalla nebbia.
Ancora un cervo, e uno scoiattolo, e operai in attesa della corriera lungo la strada bagnata, e case che portano le ferite d’una guerra che sembra lontana, ma è stata fatica di contadini avvezzi a ricostruire con mani pazienti, a piegare la schiena al dolore.

27 giugno

Plitvice è un incanto d’acque in una terra di frontiera, in cui si morde la fame.

Vrsi – Mulo, 29 giugno

In questa lontananza assoluta da tutto ciò che mi è quotidiano (lavoro, web, telefono, libri, poesia), una solitudine che è quasi salutare dimenticanza, oggi ti ho pensato, in un momento di beatitudine estrema, contro sole e contro vento, con tutto l’orizzonte aperto davanti allo sguardo, che non lo si poteva colmare.
E il mio pensiero s’è spinto in alto.
Libero.
In pace.

Vrsi – Gospa od Zečeva, 1 luglio

Bianco accecante della roccia scoscesa, dilavata dall’acqua, blu cobalto del mare.
Profilo delle isole all’orizzonte, verde-arancio nella luce, e spruzzi di giallo dei fiori del cardo sui pendii  scalati dalle greggi.
E’ questa bellezza aspra e selvaggia, che mi taglia il respiro, che mi pulisce e mi scava come il vento la pietra, che vorrei condividere con te.

Isole Kornati, 2 luglio

Ho fatto il bagno in un mare di smeraldo.

3 luglio

Šibenik è una città cadente, con le case addossate l’una all’altra, e gatti magri come nei bassorilievi dell’antico Egitto.

Il parco del Krka è violentato da orde di turisti in mutande che fanno il bagno nelle cascate e bivaccano ovunque, spolpando il terreno, come sciami di locuste.

4 luglio

Siamo tornati a Vir, a contenderci la spiaggia coi gabbiani e gli altri uccelli che fanno il nido nella terra.
Poi abbiamo mangiato pesce affacciati alla porta di Nin e detto arrivederci alla Dalmazia.

Nerezine – Galboka, 5 luglio

Sono sulla mia spiaggia. Non è cambiata per niente.
E’ l’ora in cui i turisti vanno a cena e il mare lascia intravedere i suoi tesori.
Le rondini volano a pelo d’acqua, le cicale cantano tra i pini, le onde, lunghe, sono verdi e le isole rosa-azzurre, tutt’intorno.
La luce declina, si alza la marea con un suono dolce, che scivola sulla riva.
Rintocca la campana di Santa Maddalena.
Nella case vicine arde un fuoco di legna.
E’ un tramonto tranquillo e io sono felice.

6 luglio

E anche le stelle si vedono ancora tutte.
A milioni.

7 luglio

Un Cohiba alla tua salute, in una sera di temporale che ti piacerebbe molto, con le nuvole aggrovigliate alle stelle e i lampi che vengono dal mare.
Manca solo di ascoltare Nestor’s Saga.

8 – 13 luglio

Poi non ho avuto voglia neppure di scrivere.
Soltanto emozioni.

A casa, 14 luglio

Riprendo il capitolo da dove l’ho interrotto. Da una musica.
Casa mi accoglie con il cielo ripulito dai temporali, come più lo amo.
Alla fine, la vacanza è tutta dentro di me.
Mi accendo il toscano del ritorno mentre sale la luna.
Soundtrack: Coldplay, Life In Technicolor

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Mi sembra di aspettarti per secoli, pregustando l’incontro successivo.

E infine rivedersi, chiacchierare, riabbracciarsi è sempre una questione di secondi

nel tempo fatto di attimi
e settimane enigmistiche.

Sotto la luna del jazz

And now hear me, jazz,
I whisper I love you, I whisper I love you.

Soundtrack: Paolo Conte, Sotto le stelle del jazz

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Oggi, nel vento gonfio di pioggia del parco, mi sono sentita libera.
Spuma d’onda sulla bitta del molo. Luce di rame nel buio nascosto tra i pini.

Mi sono sentita tranquilla. In pace. Fibra dell’universo nel suo continuo fluire.
Come l’altro giorno, seduta sulla panchina con te.

Ci vorrebbe davvero un abbraccio, ora che il meccanismo s’è inceppato di nuovo.
Uno di quelli in cui il tempo smette di scorrere, in cui l’istante si dilata all’infinito, in cui attingo dal cuore della materia l’energia che sprigiona.

In fondo, credo, è solo una questione di chimica quest’aderenza assoluta dei miei atomi ai tuoi.
Ma, non so come, non smette mai di sorprendermi, non smette mai di confondermi. E di convincermi.

Soundtrack: Elisa, Eppure sentire

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sono sul fiume. fumo mezzo toscano.

l’acqua ha allagato il traversino di fronte al castello, dove ci sediamo la sera quando vieni a trovarmi.
ha divelto gli alberi. le radici stanno nude contro il cielo.
esce una lama di sole. è tutto grigio e verde.
si sentono solo i canti degli uccelli e il rombo feroce della corrente.

ti vorrei qui, ora.
è una giornata che ti assomiglia.

ma spero così, in qualche modo, di essere riuscita a portartene un po’.

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Se solo sabato avessi potuto fermare il tempo.
Afferrare in eterno l’istante in cui mi riempivo gli occhi del tuo volto, di quel che tu, vero, sei nella vita vera.
In cui m’addolcivo il cuore con la tua voce, il tuo sorriso, il tuo calmo incedere nel mondo.

Le onde sono ancora alte. Ogni volta è così.
I giorni scivolano rapidi, come una corrente, eppure sembrano non passare mai.
Tutto di te soffia nelle grotte del mio spirito, tutto mi riporta al nostro incontro, anche se i ricordi si allontanano.

Sono in esilio, sono in terra straniera.
Lontana da me stessa vado in cerca di parole che trattengano le immagini e facciano più dolce lo schiaffo dell’acqua sulla riva.

Soundtrack: Rhapsòdija Trio, La bella del reame

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Non so dove fossi, negli ultimi tre mesi.

Ma non importa.

Sono contenta che tu sia tornato.
(E di aver visto una stella cadente il 4 dicembre).

Soundtrack: The Notwist, Consequence

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Ieri tornavo a casa ad un’ora insolita: era ancora il tramonto.
Il vento aveva ripulito il cielo e le montagne scintillavano nella luce.

Nel cd avevo la musica che abbiamo ascoltato con le tue foto dell’Africa.
(Avevo pensato subito, sentendola, che fosse una colonna sonora perfetta per quelle immagini.)
Così continuavo a vedermele di fronte, come diapositive proiettate nella mente, in mezzo al mio viaggio.
I paesaggi sterminati, i volti dei bambini, le capriole intorno al pallone.

Un’auto. (Qui.)
(Click.)
Un elefante. (Là.)

Uno spruzzo di neve. (Click.) La scuola in mezzo alla savana.
Una nuvola. (Click.) La fila di jeep nere sull’orizzonte sconfinato.
Un cartello. (Click.) L’elicottero che si alza in volo.
La spazzatura ai bordi della strada. (Click.) Il camion gremito di gente che va la mercato.

Pensavo che ci sono decine di posti in cui non andrò mai.
Ma mi piace sentirli raccontare, da te che ci sei stato.
E non m’importa che la mia fetta di mondo sia così sottile, se posso guardare coi tuoi occhi.

Soundtrack: Agricantus, Hawa

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Oggi è un nuovo giorno, sgusciato dalla bruma del mattino.
Abbiamo lasciato aperte le persiane per far entrare l’alba.
La luce è come miele spalmato contro i vetri.

Andiamo in cerca del Po che la rugiada è ancora alta.
Stradine tutte curve in cui s’incrociano trattori.
Infine il grande fiume, aperto, scintillante, il silenzio ronzante della campagna vicina al mezzogiorno.

L’argine fangoso continua per chilometri.
Sulla sinistra i boschetti ordinati, coi tronchi d’argento; i campi dalla terra nera, grassa, rivoltata; le stoppie pungenti del granturco. Le foglie che ci nevicano in testa ad ogni soffio di vento.
A destra il fiume, placido; qualche rado arbusto; il volo elegante degli aironi.

Più tardi ci sediamo sulla riva.
Tengo gli occhi chiusi nell’azzurro e soffio lenta il fumo, mi circondo del suo aroma.
Decine di coccinelle vengono a cercarci. Le guardiamo atterrare e decollare dalla punta di un dito, dal palmo della mano.

Osservo l’ombra allungarsi verso l’acqua, col procedere del giorno.
Presto mi lambirà la testa, le spalle, la schiena.
Intanto indugio in questa sospensione e non mi manca nulla.

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E’ cominciata così.
Con gli spari dei cacciatori tra le canne del bambù, il muggire delle vacche, l’odore del fieno così forte che ubriaca e le anatre di legno distese a pelo d’acqua, per richiamo.

I due taxòdi a guardia delle mura seicentesche e il cielo blu che solo ad Ognissanti, qui nella Bassa.

Poi sono venuti il portico brulicante di cuccioli, il ciocco che scoppietta nel camino, i cavalli carichi di mosche, il disco rosso del sole che incendia i pioppeti, le caldarroste fumiganti nella sera.

Silenzio, nella camera enorme.
Luci fioche, pavimento di cotto, letti alti in cui smarrirsi sotto un palmo di coperte.

Intorno sono i campi, i filari, le siepi, le stalle, gli insetti, la rugiada, le costellazioni.
Il buio sconosciuto, senza rumore umano.

La nostra solitudine, gettati in mezzo alla natura, pure con questi mattoni antichi a protezione, quasi mi ferisce.
Ascolto per ore il sangue pulsarmi nelle vene, finché non mi addormento.

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Così, l’orologio ha percorso di nuovo tutto il quadrante del tempo ed ho un anno di più.

Sotto la pioggia battente di venerdì, in autostrada, poi nelle strade umide di Belluno, ho atteso i tuoi auguri come una schiarita, scrutando le nuvole.

Ed eccoli, finalmente, gioia dolce e struggente nostalgia; desiderati, ma per nulla scontati.

Ecco le azzurre colline venete farsi giallo e porpora nel sole che le accarezza; il cielo accendersi di luce, rotondo, e chiaro, e distante.

Nella mattina che s’apre, rigogliosa di campane, un altro incontro si prepara, inaspettato, improvviso, come le migliori sorprese che la vita riserva.

Un incontro che prende il sapore del mare, il colore suo sorriso, la confidenza di un abbraccio.

Anche questo nel mio giro di giostra, con le stesse domande di sempre, ancora senza risposte, ma con più ricchezza nel cuore.

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(…)

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta

vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla

ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti.

Traduzione:

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna

perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà

sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali.

Sarà l’ottobre, sarà l’aria azzurra, saranno i campi dei nomadi lungo la strada per il lavoro.

Ma mi sento così.

Corrente di ali senza casa. Fuoco di legna senza sogni di mare.

E tutto mi sfugge dietro il finestrino dell’auto che scivola via.

Soundtrack: Fabrizio de André, Khorakhané (A forza di essere vento)

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7 ottobre 2007

In un ingorgo apocalittico della domenica sera, la macchina è in panne poco prima di Pontremoli.

Se non fosse per il disagio e le ore di sonno perse, direi che c’è un disegno positivo dietro questo guasto.

Ci è dato di vedere il tramonto sulle montagne, il grigio degli spigoli farsi rosa, come una carezza.
Ci è dato di ascoltare il vento che si leva e trascina le chiome degli alberi fin sull’asfalto, tira giù dal cielo le costellazioni, riempiendoci gli occhi.

Il carro attrezzi vira per le curve, col suo lampeggiante arancio, e intorno è solo buio, e stelle, e vento.
Io di lassù mi sento come in plancia, ogni scossa del motore quasi un’onda che scuote la nave.

All’officina, blandamente rassicurati che riusciremo ad arrivare a casa, ci consigliano la statale della Cisa.

Ed ecco che l’auto s’avventura, lentamente, noi silenziosi, attenti ad ogni suono che possa assomigliare ad un nuovo presagio di sventura.

La strada serpeggia. Un tunnel di nulla nel folto del bosco.

Nelle sciabolate dei fari, sagome chiare emergono per un istante, come fantasmi, e si riconsegnano alle tenebre.
Profili di roccia; rami; ricci gonfi di castagne; una volpe che salta lesta sul ciglio e ci fissa, incantata dalla danza dei fanali.

La notte non vuole finire mai.
Scivoliamo verso valle totalmente smarriti, in una solitudine irreale.

Ma una volta guadagnata l’autostrada, dopo mille giravolte a seguire le rare indicazioni, il passo della Cisa si dissolve, con la sua bolla di magia.

Ci sembra di averlo quasi sognato.

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Marina di Pietrasanta, 7 ottobre 2007

Ho rubato una sedia all’Edy’s Bar.
L’ho portata sulla spiaggia, che non si vede dove finisce, da un capo all’altro, nell’azzurro della costa.

La luce fa specchio sull’acqua.
La brezza porta odore di marina e il rumore delle onde.

Sagome scure sulla battigia.
Rare vele strette, appena oltre la sabbia.

Alle spalle le rocce nude delle Apuane, nell’alto del cielo, con qualche spruzzo di neve.

L’ultimo sigaro dell’estate brucia con entusiasmo, senza spegnersi, come nei nostri incontri.

Riascolto la tua voce nelle le cuffie.
La tua telefonata è stata una sorpresa.

Indovino il tuo sorriso, senza vederti, quando dici “Mi sono tirato la cenere addosso: quello che di solito fai tu.”

E ti taccio la capriola del cuore. Ti taccio il desiderio di abbracciarti.
Non ti chiedo se mi hai letto, se mi leggerai.

Lascio le tue parole planare dentro di me, farsi largo nell’autunno, per condurmi al sole.

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Pietrasanta, 6 ottobre 2007

L’ora più dolce trascorre seduta sotto alberi dai tronchi possenti, con la luce gialla d’ottobre che declina e filtra tra le foglie in mille rivoli d’oro e accende il tappeto dell’erba di verde.

Un temporale brontola sulla città.
Dal mio angolo di mondo resta invisibile.

Qualcuno ha acceso la legna nel camino.
Il profumo arriva fin qui e più oltre, sotto il portico dove sono stese le olive.

L’ora sospesa trascorre indugiando in un niente tra quello ch’è stato e quello che verrà.

Un niente senza domande e senza risposte, ma tutto nell’attimo in cui il bambù si piega seguendo il muoversi dell’aria; in cui l’insetto ronza intorno alle mie dita che cercano i tasti; in cui il sole raggiunge la sommità delle pannocchie e vi si tuffa dentro.

Me ne andrò, tra poco, mi alzerò.
Percorrerò qualche metro, qualche passo crepitante d’autunno.

Tra poco. Ma non ancora.

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E’ stato un sogno del mattino, di quelli in cui comincia ad insinuarsi la realtà.

Tu mi guardavi. Mi prendevi la mano.

Un gesto semplice, fraterno.

Come quando ci siamo rivisti, dopo l’avventura dell’ospedale, e mi hai detto “Sono contento che siamo qui”.

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Ecco, basta questo.

Il sole che cala sulle valli del Delta. E, se mi volto, una striscia rosa a dividere il grigio del cielo dal grigio del mare.

Bastano l’odore del vento, le grida dei gabbiani, lo scricchiolio dei gusci sotto le suole delle scarpe, i tronchi puliti da infinite maree.

Poi, a notte, la luce della luna sul canale, i tonfi dei pesci e lamenti d’uccelli che non indovino, nascosti dentro il buio. Frusciare tra le canne. Ronzio delle zanzare attorno al sigaro che ho acceso per scacciarle.

Bastano le paludi, le rane che si tuffano al passare, le minuscole pinete, il sole che abbaglia l’acqua, il gusto aspro del vino.

Per sedere al centro del mio essere. Chiudere gli occhi. Sorridere.

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Il tempo è gelatina in cui mi muovo senza capire dove.

Aspetto.
Aspetto che passi. Aspetto che arrivi.

Che passi l’animale che mi s’è seduto addosso e non se ne vuole andare. Che mi fa essere di nuovo qui, nel mio salotto, il sole dietro i vetri e l’impazienza di sentirmi ancora bene.

Che arrivi una parola buona, un gesto d’affetto, un nuovo posto da scoprire, una canzone da riascoltare all’infinito, un’occasione da non perdere.

Che passi. Che arrivi.
Il presente mi va stretto.

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