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Tutto inizia da questo post: Forse il problema che Michele definisce “Poetico, meraviglioso, memorabile.”
Ci arrivo tramite AnniKa, che aggiunge “Concordo con Michele.”

A me, invece, sembra un po’ troppo facile.

E’ vero che il quadro della politica e della società, in Italia, è abbastanza desolante, specie per chi, come AnniKa e Michele, ha l’occasione di vivere all’estero, in Paesi più civili, e di fare i debiti confronti.

Epperò, epperò… dire che da noi le persone intelligenti sono una ristretta minoranza, che non ha diritto di cittadinanza e di espressione, che l’unica è gettare la spugna, tutto questo mi sembra ancora più desolante.

Se la nostra “povera patria”, per citare Battiato, è in queste mani è anche perché gli italiani (tanto quelli intelligenti, quanto quelli cretini) sono soprattutto pigri, indolenti, individualisti, rinunciatari e più pronti a criticare che a costruire.

Se non è l’intelligenza che ci manca, se non sono i mezzi (uno tra tanti: quello che stiamo usando), allora mi sa che sono i fini.

[Per commentare questo articolo collegati a: http://filosoffessa.tumblr.com/post/24724325]

Nuova pagina per il blog.

Oggi una segnalazione che mi sta molto a cuore, perché tocca i temi della comunicazione e della democrazia.

Per chi volesse abbonarsi a Disaggregati, qui c’è il feed.

Blog e social network, anziché aumentare il pluralismo e il contraddittorio, porterebbero l’individuo a chiudersi “nel guscio dei suoi interessi attuali, senza esporlo mai ad altre informazioni e ad altri punti di vista”.

E’ la tesi di un saggio di Cass Sunstein, intitolato Republic.com 2.0, di cui parla diffusamente Franco Carlini su VisionPost di sabato scorso.

Che abbia ragione Elton John? 😉

La condizione di crescente “insularità” delle élite significa, tra l’altro, che le ideologie politiche tendono a perdere i contatti con la realtà.
Dal momento che il dibattito politico è limitato, nella maggior parte dei casi, a quelle che sono state acutamente definite le “classi parlanti”, esso tende a crescere su se stesso, a ridursi a un mero insieme di formule.
Le idee circolano esclusivamente sotto forma di pettegolezzi o di riflessi condizionati.
La vecchia contrapposizione tra destra e sinistra ha esaurito la propria capacità di chiarire i problemi e di fornire una mappa fedele della realtà. […]
Gli ideologi di destra e di sinistra, invece di affrontare gli sviluppi politici e sociali che tendono a mettere in discussione le verità rivelate tradizionali, preferiscono scambiarsi reciproche accuse di fascismo e di comunismo, in spregio dell’ovvia constatazione che né il fascismo né il comunismo rappresentano esattamente il futuro. […]

Frammento da: Christopher Lasch, La ribellione delle élite: il tradimento della democrazia, Feltrinelli, 1995, p. 70

“L’inizio tumultuoso della vita democratica porta le prime amarezze, per tante cose che non vanno come, nelle ore dell’attesa, della cospirazione, della lotta, si sperava sarebbero andate.”

Libertà non è quella della democrazia pre-fascista, in cui si poteva “parlar male del governo o leggere nel giornale finanziato dal gruppo A la critica al governo che per il momento fa gli interessi del gruppo B”.

Libertà è partecipare alla gestione del potere “di fatto, e non di nome”.

Bisogna, dunque, epurare totalmente la società italiana dal fascismo, che sopravvive nella “mentalità reazionaria”, “troppo conservatrice” e nella struttura della democrazia statale.

“Non sarebbe ora di iniziare un nuovo costume, proprio in questi giorni dell’insurrezione popolare? Il popolo non è veramente libero se non quando la burocrazia, trincerata dietro la muraglia inespugnabile della procedura e dei regolamenti, è sbattuta fuori… La legislazione nuova dev’essere creata ora, nella stessa prassi insurrezionale: di questo si tratta, e non di applicare ai danni o a vantaggio dei fascisti la legislazione fascista.” [*]

Il “problema del fascismo”, inoltre, non è semplicemente politico: non è sufficiente “avversare… gli uomini del regime e neppure la forma dittatoriale”, occorre, piuttosto, “tenere fede ai grandi valori della cultura europea senza dogmatismo, senza perdersi in vuote formule, senza soffocare in aride sistemazioni ciò che di vivo [può] esserci in tutte le correnti e le esperienze della cultura mondiale.”

Solo così è possibile battere spiritualmente il fascismo “e batterlo in modo costruttivo: creando una cultura che [sia] veramente tale, vasta e insieme profonda e unitaria, agile ma non dilettantesca, critica ma non scettica” [**], popolare non nel senso di divulgativa, ma “accessibile a tutti, non iniziatica”. [***]

Parole scritte appena ieri: sessantadue anni fa.

Buon 25 aprile.


[*] Giulio Preti, L’esperienza insegna, “La provincia pavese”, 04.05.1945, anno I, n. 20, p. 1 e Epurazione, “La provincia pavese”, 25.05.1945, anno I, n. 27, p. 1
[**] Giulio Preti, Antonio Banfi: un educatore, “La provincia pavese”, 29.07.1945, anno I, n. 57, p. 2
[***] Giulio Preti, Praxis ed empirismo, Einaudi, 1957, p. 12

L’aria entra dal finestrino e s’avvolge a spirale, scompigliando i pensieri.
Leggo che agli americani serve un libro perché si ricordino di pensare.
Guardo i loro telefilm: sono didascalici. Hanno bisogno che gli si spieghi tutto.
E noi gli andiamo ad assomigliare.

Non reggo la vista di notiziari, blob, report, discussioni e dibattiti da circo equestre.
Non reggo gli slogan: né urlati, né sussurrati, né soavemente digitati sulla tastiera.

Ogni volta che li ascolto, che li vedo, il mio filosofo riecheggia nella mente, come se lo avessi studiato ieri.

Banalizzerò moltissimo il suo pensiero, vittima io stessa, mio malgrado, di quella necessità di sintesi che spesso è un’ottima scusa per mascherare il vuoto spinto delle idee.
A lui non sarebbe piaciuto  affatto.
Ma spero mi perdonerà, un giorno o l’altro, dopo che avrà smesso di rivoltarsi nella tomba.

“L’irrespirabile totalitarismo che imperversa nella democrazia odierna”, scriveva nel lontano 1967 [*], “vorrebbe politicizzare tutto… Il filosofo si deve difendere come può da queste pretese…”

Ormai da tempo abbiamo conquistato una certa eguaglianza economica, che, però, non è di per sé sufficiente a schiudere alle nuove generazioni “le porte della cultura”, che è fatica, studio, disciplina, metabolizzazione “dei padri”, ovvero di una tradizione.

Questa è stata per troppi secoli appannaggio esclusivo delle classi più abbienti ed ora che vi “si affacciano in massa… si trovano davanti ad una cultura che non è stata fatta da loro… né per loro, e che presuppone valori che essi non sanno vivere”. [**]

La delusione determina allora il “risentimento totale: la distruzione totale della cultura e di tutti i suoi valori”.
“… tutti devono essere uguali, tutti devono non pensare, bensì marciare, dimostrare, contestare, rovesciare e incendiare automobili, picchiare la polizia, tutti insieme, con i medesimi slogans, uniti in un’unica mistica persona ribelle…”. [***]

Ecco quindi che la “persona”, intesa come cosmo di valori, come fondamento della moralità, della libertà, dell’autotrascendenza, capace di vivere in modo “autentico”, viene relegata ai margini della società democratica, in cui apparentemente trionfa la “massa”, in cui di fatto trionfano coloro che hanno gli strumenti per accedere al potere, per far valere i propri interessi a discapito di quelli altrui. [****]

Sento sempre più vere queste parole.

O quelle, ben più amare, di Quasimodo.

“Sei ancora quello della pietra e della fionda
uomo del mio tempo”. [°]


[*] Giulio Preti, Un filosofo è un filosofo, “La Fiera letteraria”, 1967, n. 26, p. 53
[**] Giulio Preti, Que serà serà, Il Fiorino, 1971, pp. 15-18
[***] Giulio Preti, Crescete e moltiplicatevi, “La Fiera letteraria”, 1968, n. 34, p. 9
[****] Giulio Preti, La politica non fa la storia, “La Fiera letteraria”, 1967, n. 47, pp. 3-4

[°] Salvatore Quasimodo, Uomo del mio tempo, da Acque e terre, Edizioni di “Solaria”, 1930