leggevo un libro senza sosta
asciutto come un osso
le parole penetravano la mia fragilità
mi rendevano ebbra
se ancora lo sfoglio – la biblioteca lo conserva –
perdo gli anni dalle spalle
l’adolescenza mi possiede
le stesse cancellature
di scolaro che ha preso appunti
e un po’ di malinconia
comincia:
ascoltami, i poeti laureati
ecco
è domenica
siamo nella mia sala da pranzo
ho vent’anni – forse ventuno
la stanza è fresca e scura
il tuo profumo si confonde con quello dei limoni
montale fu profeta
toccò anche a me – quel giorno
la mia parte di ricchezza

13.6.1998

da Montale ritrovato, I.
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Mi sembra di aspettarti per secoli, pregustando l’incontro successivo.

E infine rivedersi, chiacchierare, riabbracciarsi è sempre una questione di secondi

nel tempo fatto di attimi
e settimane enigmistiche.

Sotto la luna del jazz

And now hear me, jazz,
I whisper I love you, I whisper I love you.

Soundtrack: Paolo Conte, Sotto le stelle del jazz

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Attraverso la piazza di prima mattina, investita da una folata gravida d’acqua.

Il cielo si rischiara. Le rondini gridano, rasenti i tavolini ancora luccicanti di pioggia.

D’un tratto sono a casa, in quella terra impareggiabile da cui il mio cuore proviene.

E’ un’altra piazza, ad accogliermi.

Con un ciliegio al centro, i bar a cui siede qualche assonnato turista, l’odore del caffé turco e di ricotta, il cielo lavato da un temporale notturno, i pesci brulicanti nelle reti appena tirate a riva.

E il mio respiro che s’espande, infinito, inseguendo i gabbiani.

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Oggi, nel vento gonfio di pioggia del parco, mi sono sentita libera.
Spuma d’onda sulla bitta del molo. Luce di rame nel buio nascosto tra i pini.

Mi sono sentita tranquilla. In pace. Fibra dell’universo nel suo continuo fluire.
Come l’altro giorno, seduta sulla panchina con te.

Ci vorrebbe davvero un abbraccio, ora che il meccanismo s’è inceppato di nuovo.
Uno di quelli in cui il tempo smette di scorrere, in cui l’istante si dilata all’infinito, in cui attingo dal cuore della materia l’energia che sprigiona.

In fondo, credo, è solo una questione di chimica quest’aderenza assoluta dei miei atomi ai tuoi.
Ma, non so come, non smette mai di sorprendermi, non smette mai di confondermi. E di convincermi.

Soundtrack: Elisa, Eppure sentire

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Anche il sigaro più buono ha un gusto migliore chiacchierando con te.

Soundtrack: Norah Jones, Toes

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Stamattina sono rimasta impigliata dentro un sogno, di quelli che si fanno appena prima della sveglia e ti lasciano con la sensazione d’esser scivolata nella parte sbagliata di realtà.

Oggi ha cambiato stagione già tre volte.
Ora è autunno, sulle prime colline dell’Oltrepò. Talmente verdi che se non fosse per i vigneti potresti dirle l’Irlanda.

La pioggia, sul tendone, ha un crepitio duraturo. Il cielo non accenna a schiarire.

Guardo una torre, in lontananza, di un qualche castello medievale arroccato su una balza a guardia del borgo, e una ruspa gialla che azzanna la terra nera.

Potrebbe essere questa, o un’altra vita.
Potrei essere io, oppure no.

Chissà se la zanzara che dorme sul davanzale alla fine mi pungerà o se abbiamo stretto un patto di non belligeranza che si riveli duraturo.

Ho letto troppo di politica e scritto troppo poco di poesia.

Soundtrack: Mark Knopfler and Emmylou Harris, All The Roadrunning

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Oggi scendo dall’autobus
e percorro la strada che tante volte
ho percorso
calpesto l’erba su cui correvo da bambina
E l’altalena
che volava alta nel cielo
Per anni ha dondolato
solcando prato e sabbia
colorata di giallo e di rosso
poi scrostata e mossa appena dal vento
Ricordo che avevo paura
a lanciarmi senza peso nel vuoto
ma quando una mano mi spingeva
e-lo-stomaco-e-il-cuore-e-la-gola
erano un unico grido
mi sentivo felice e senza pensieri
Per anni le catene sono rimaste
scivolando verso terra
ad ogni sguardo mi sembrava
di aver perso una stagione
di non poterla più ritrovare
Oggi hanno rifatto l’altalena
ora è un asse di legno nudo
le catene sono rosse e nuove
Un sorriso mi nasce
e-lo-stomaco-e-il-cuore-e-la-gola
sono di nuovo un unico grido
e quel ricordo riaffiora
alla superficie del fiume del tempo
Ricordo le corse all’altalena
su fino alle nuvole in mano a dio
le discese dallo scivolo veloci
(un-confondersi-degli-alberi-
delle-case-della-gente-in-una-striscia-breve)
dentro il mucchio di sabbia
dove aspettava mia madre
Ritornano i sogni le canzoni le paure
ritornano i pianti l’orgoglio che brucia
e una stagione che forse
ho voluto dimenticare
perché mai ritornasse
a turbare il sonno di oggi
Allora rido ancora
camminando lentissima
stanca d’un viaggio di ore trascorse
Allora penso ancora
a quanto fosse stupida la paura
e il mio pianto senza foce
M’illudo ancora
di essere oggi cambiata
di essere saggia e lontana
da un giorno spezzato
m’illudo di essere grande
dimentico
Che l’altalena oscilla piano
sopra il prato.

maggio 1989

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sono sul fiume. fumo mezzo toscano.

l’acqua ha allagato il traversino di fronte al castello, dove ci sediamo la sera quando vieni a trovarmi.
ha divelto gli alberi. le radici stanno nude contro il cielo.
esce una lama di sole. è tutto grigio e verde.
si sentono solo i canti degli uccelli e il rombo feroce della corrente.

ti vorrei qui, ora.
è una giornata che ti assomiglia.

ma spero così, in qualche modo, di essere riuscita a portartene un po’.

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Che vuoi dirmi
padre
in quest’anniversario
tornato a visitarmi
nel sonno
mentre t’inseguo
tra Milano
e il mare

Forse lenire
la fatica
d’una vita senza sogni
o ricordare
che il passato rende
gravido il presente
ma non lo riempie
mai

22.5.1998

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I rami stiracchiati contro il cielo, il rombo dell’ingorgo, i cartelloni lampeggianti, il vento che precede un temporale.
E poi occhi e sorrisi e strette di mano. Ricordi impetuosi. Affinità, intimità, condivisione.
Alla fine tutto questo. In un abbraccio.
Mentre mi allontano le luci dell’aeroporto sono una magia.

Soundtrack: Nick Drake, At The Chime Of A City Clock

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Se solo sabato avessi potuto fermare il tempo.
Afferrare in eterno l’istante in cui mi riempivo gli occhi del tuo volto, di quel che tu, vero, sei nella vita vera.
In cui m’addolcivo il cuore con la tua voce, il tuo sorriso, il tuo calmo incedere nel mondo.

Le onde sono ancora alte. Ogni volta è così.
I giorni scivolano rapidi, come una corrente, eppure sembrano non passare mai.
Tutto di te soffia nelle grotte del mio spirito, tutto mi riporta al nostro incontro, anche se i ricordi si allontanano.

Sono in esilio, sono in terra straniera.
Lontana da me stessa vado in cerca di parole che trattengano le immagini e facciano più dolce lo schiaffo dell’acqua sulla riva.

Soundtrack: Rhapsòdija Trio, La bella del reame

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alla fine chi sono

la mia finestra
gli alberi
la signora dei gatti
l’intonaco delle stanze
le piastrelle scheggiate
il fiume che si trascina il cielo
le nuvole capovolte
la lentezza del fumo
che sale

parole dentro i libri
allineati sugli scaffali
parole sui quaderni
chiusi nei cassetti
frasi sulla lingua
che si compongono nel cuore
prima di spiccare un volo
di pensieri

queste
mille altre cose ancora
senza nessuna importanza
una mappa mentale
di me
che si disegna con gli anni
che continuamente rigiro
tra le mani
cercando il punto cardinale
che manca

ma poi alla fine
dimmelo pure
un po’ tu
come mi vedi

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Se solo ieri fossi venuto con me, a camminare sui miei sassi, a guardare le mie onde, ad ascoltare i miei pini, a nominare le costellazioni dietro il convento dei frati.

Ma non ci sei venuto dieci anni fa. Non ci sei venuto ieri. E non credo che ci verrai mai.

L’universo del reale e quello del possibile corrono paralleli, solo raramente s’intersecano. Quasi mai per volontà nostra.

Così resterai ciò che sei per me, ciò che sei sempre stato e sempre sarai.
La strada che non ho preso, la vita che non ho vissuto.
Perché non basta sceglierla, la realtà, deve soprattutto accadere.

Ma il vero te, che ogni tanto nel desiderio si smarrisce per quell’altro, il vero te rimane. E mi è vicino.

Domani calpesteremo altri sassi, guarderemo i vortici nella corrente del fiume, ascolteremo i pioppi sulla riva, nomineremo le stelle dal balcone della mia casa silenziosa.

Non confondo più il reale col possibile.
Ho il tuo bene. Così come sei, per quello che sei.

Mi piego alla forza che ci lega nonostante ciò che non è stato, grazie a ciò che è stato, a ciò che deve ancora venire, per quanto il futuro ci darà.

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Intanto mi fermo ad ascoltare
il jeans che ricade, morbido
lungo la gamba e sulla scarpa
mentre muovo il passo:
mi sorprendo della perfetta
architettura che presiede
la mia vita.
Poi la tecnologia
d’esistere s’inceppa:
m’impressiono a domandarmi
e la malinconia
s’allunga senza scopo.

Certi romanzi vanno letti
sotto un cielo livido.

27.4.1996

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Il fiume s’imbeve
della pace del mattino,
cataste di legna
e voci.

Un fischio, lontano.
“Viale Rimembranze
Alla Strada Ferrata”:
una piccola tomba con un fiore
di stoffa
e un lumino acceso.

Poi nulla.

aprile 1986

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Le tredicenni la fanno facile
affidando gli affanni
ad un foglio verdino

e dentro ci sei tu
o Leonardo Di Caprio
– che importa? –

del resto non fa differenza
ciò che conta per loro
non è la presenza o l’assenza

A me invece
gli anni diventano gravi
proprio non riesco a dimenticarli

i passi li rendono ampi
e a contarli
mi smarrisco: adesso mi manchi

perché mi ricordi quell’altro
ch’è via come te
ora che sei partito

Perché nuovamente c’è un lutto
un rimpianto per quello ch’è stato
per ciò che non abbiamo detto

O forse non abbiamo capito

26.4.1998

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Piove a dirotto.

Guardo le gronde vomitare acqua.
I camion schizzare fango dalle pozzanghere.

Leggo.

Ascolto l’aria entrare nei polmoni.
Cercare d’espandersi con un sibilo.

Prendo appunti per poesie future. Chissà.

La poesia salva la vita.

Non riesco a pensare.
Non riesco a scrivere altro.

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Io e te, seduti sotto un cielo d’aprile.

Il privilegio del tuo affetto. E di poter essere me stessa.

Tu vali ben di più di quanto sei disposto a credere.

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Altra visitina al pronto soccorso, la gola è come piombo fuso, in cui mi accoglie l’infermiere di un anno fa.

Ritorno all’ospedale il giorno dopo.

Attendo nella sala che durante la polmonite m’era sembrata il tetto del mondo ed ora è solo squallida. La primavera splende tutta oltre i vetri opachi.

Il cortisone mi rimette abbastanza in sesto da poter partecipare alla festa di anniversario, ieri. Al pranzo con gli amici, alle capriole dei cuccioli sulla spiaggia in riva al Po.

Manchi, come sempre. Manca il tuo sigaro e anche il mio, oggi, in un giorno di cristallo in cui tira un vento teso, da molo di Marina. Non si fuma dopo la colata di piombo.

Dicono che domani pioverà. Pioverà tutta la settimana.

Non vedo l’ora che sia domenica.

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Eppure sei qui
schiacciato alla terra dai sassi
mai vinto, indomito
cavaliere di mute battaglie.
Ancora si legge uno sfregio
nel tronco
ancora brandisci la spada.

aprile 1988

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