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io sono una chitarra che suona secondo questa musica, tu il vento che la fa cantare

i versi toccano le corde come un pianto dolce

io sono una chitarra
rossa del mio sangue, intingi le dita dentro al cuore

io sono una chitarra che suona nel silenzio della sera
una chitarra azzurra
tu tocchi le mie corde, sei il vento che le fa vibrare

l’oceano dove prendo il largo

la vela che mi fa salpare

io suono senza sosta col mio pianto rosso
suono senza sosta col mio pianto azzurro

sei lo spartito che io seguo senza sosta

tu sei la notte a cui tornare

Soundtrack: Sigur Rós, Við spilum endalaust (testo)

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Bisognerebbe chiudere le tende su questo giorno vestito a festa in cui tutto mi parla dello splendore della vita.

Nella mia anima brucia una febbre cattiva.

Dovrei rifugiarmi dentro la terra, in una buia, umida tana, dove guaire non vista finché non ho più occhi per piangere.

Finché non ho più forza di urlare.

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Guido nella notte calda d’agosto col finestrino aperto dopo una giornata di lavoro. Un’altra, domani, tra poche ore.

I lampi guizzano tra le nuvole. Nella radio suona, sommessa, una musica del passato.

Sono stanca.

Guardo la striscia bianca scorrere davanti ai fari, lungo la strada deserta.

Sono stanca di questa giornata e di quella che deve ancora venire.

Il tempo è una ruota che gira, che gira, che gira.

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Quando qui in padania soffia il vento dell’isola mi sento all’erta, pronta a scattare. Mi sento il cuore gonfio non so bene di cosa. Ma so bene il perché.

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Dicevo ieri sera a mio marito aspettando il refrigerio della notte e il sonno che non veniva -Intendiamoci bene, sono felice di quello che ho, anzi, me la godo, però proprio per questo…-

Proprio per questo mi chiedo se basta aver realizzato (o quasi) (ma dentro quel quasi sta la misura della distanza tra la realtà e il sogno, quindi è fatale che ci sia, anzi necessario, e dunque va bene così, come se il quasi non ci fosse) tutti i propri desideri di ragazza, se è sufficiente la felicità a giustificare un’esistenza.

Nella spirale di passato e presente che continuamente ripercorro tornando sui miei passi, troverò, un giorno non troppo lontano, la chiave per il futuro?
A cosa sarò servita una volta spenta? Le mie emozioni, i miei pensieri, le cose in cui credo? E tutto l’amore che sento?

Mio marito azzarda una risposta, che in fondo è quella che mi do sempre anch’io, che anch’io tento, ma rimane a mezz’aria, aleggia sui nostri sogni, si (con)fonde col viaggio che devo compiere questa mattina.
Quando mi capita di visitare un luogo di vera sofferenza.

Quando, per ogni singola domanda di ieri e di sempre, semplicemente mi vergogno.

Soundtrack: Sigur Rós, Ara Batur

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Affacciata al cortile dove abitava mia nonna il cane nuovo mi ha abbaiato e mi ha rincorso (Iskra è già morta da anni e poi era forse anche più cattiva).

La casa, ristrutturata non di recente, è sempre sprangata.

Il nome della via, cancellato perché era scritto in italiano, è rimasto lo stesso.

Perfino le auto targate Arezzo sono al loro posto, all’ombra del susino selvatico.

Io continuo a girare nel mio cerchio, come in un circo, e mi chiedo per chi sto dando spettacolo.

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(…)

so lead me to the harbour
and float me on the waves
sink me in the ocean
to sleep in a sailor’s grave
to sleep in a sailor’s grave

my heart is full
my heart is wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

my heart is full
my heart is wide, so wide
the saddest song to play
on the strings of my heart

Moby, Harbour

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Il cuore sa.

Ma, come una bambina, ho sempre bisogno di conferme, di attenzioni, di carezze.

E’ cosa nota.

Tra le tante, ho anche la fortuna della tua pazienza.

Soundtrack: Coldplay, Don’t Panic

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Attraverso la piazza di prima mattina, investita da una folata gravida d’acqua.

Il cielo si rischiara. Le rondini gridano, rasenti i tavolini ancora luccicanti di pioggia.

D’un tratto sono a casa, in quella terra impareggiabile da cui il mio cuore proviene.

E’ un’altra piazza, ad accogliermi.

Con un ciliegio al centro, i bar a cui siede qualche assonnato turista, l’odore del caffé turco e di ricotta, il cielo lavato da un temporale notturno, i pesci brulicanti nelle reti appena tirate a riva.

E il mio respiro che s’espande, infinito, inseguendo i gabbiani.

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alla fine chi sono

la mia finestra
gli alberi
la signora dei gatti
l’intonaco delle stanze
le piastrelle scheggiate
il fiume che si trascina il cielo
le nuvole capovolte
la lentezza del fumo
che sale

parole dentro i libri
allineati sugli scaffali
parole sui quaderni
chiusi nei cassetti
frasi sulla lingua
che si compongono nel cuore
prima di spiccare un volo
di pensieri

queste
mille altre cose ancora
senza nessuna importanza
una mappa mentale
di me
che si disegna con gli anni
che continuamente rigiro
tra le mani
cercando il punto cardinale
che manca

ma poi alla fine
dimmelo pure
un po’ tu
come mi vedi

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Piove a dirotto.

Guardo le gronde vomitare acqua.
I camion schizzare fango dalle pozzanghere.

Leggo.

Ascolto l’aria entrare nei polmoni.
Cercare d’espandersi con un sibilo.

Prendo appunti per poesie future. Chissà.

La poesia salva la vita.

Non riesco a pensare.
Non riesco a scrivere altro.

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Ecco, è la mia anima distesa tra i bit.

Ho cercato di tacere.

Ma poi ho visto il cielo così aperto, ho respirato la luce.

Pensato che siamo vivi. E finché siamo vivi all’infinito bene che possiamo farci.

Le parole bruciano come lava. Eppure scrivo dell’amore.

Dopo nove anni ho ripreso a raccogliere poesie. Queste sono illegittime.

Ma forse un giorno le conoscerai.

Intanto eccomi. Sono qui.

Questa è la mia anima distesa tra i bit.

Ne faccio dono a te.

A te, il mio dono tremendo di parole.

“Nasco al tuo lume naufrago,
sera d’acque limpide.

Di serene foglie
arde l’aria consolata.

Sradicato dai vivi,
cuore provvisorio,
sono limite vano.

Il tuo dono tremendo
di parole, Signore,
sconto assiduamente.

(…)”

Salvatore Quasimodo, Al tuo lume naufrago, da Erato e Apòllion

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Ci vogliono una serena forza, marito mio, un amorevole coraggio, una sterminata fiducia, e accettazione, e consapevolezza, e rispetto, per sopportare, per supportare, questa moglie così com’è.

Con i suoi sentimenti prepotenti, che non abbracciano solo te, con i suoi desideri incarnati nella vita, con la sua esaltazione e il suo stupore, con la sua totale mancanza di misura, nel dolore come nella gioia, nell’epicureismo come nello stoicismo.

Grazie per ogni singolo, insignificante, momento quotidiano diviso insieme a te.
Grazie per l’interezza con cui, sempre, mi ricevi.
Grazie per la comprensione profonda del mio nocciolo più oscuro, sconosciuto anche da me.

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Ha un profumo il cielo, stasera, di fieno fresco e pioggia lontana, talmente dolce, persuasivo, che non mi provo neppure ad accendere il sigaro, per non inquinarlo.

L’aria è frizzante, la stellata pulita, nonostante le luci della città e degli aerei che s’allontanano rombando.

Seguo quest’orizzonte di suoni e subito sono con te, con il desiderio di condividerlo.

Manca poco all’incontro, eppure mi sembra impossibile che tu questa notte sia dentro una distanza, ancora, una distanza che il mio pudore non riesce a colmare.

Ti penso. Cosa stai facendo ora?

Penso al tuo computer acceso, al bagliore dello schermo nell’ufficio semibuio, agli anelli di fumo oltre la tua testa.

E mi sembra impossibile che i tuoi occhi siano lontani dallo spettacolo che sto assaporando.

Mi maledico perché mi sono votata al silenzio, così non ti scriverò, oggi, come altre volte ho fatto, “Ehi, guarda che cielo, stanotte”.

Annusa che cielo, stanotte.

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oggi è maggio e ha il gusto di un toscano originale
intanto che le ore passano cammino
mi siedo nel parco
annego dentro il cielo più azzurro dei prati
nelle onde del vento che hanno il rumore delle pinete dell’isola
guardo il fuoco lambire i ciocchi nel forno del pizzaiolo egiziano
mangio un kebab con la carne calda che mi cade tra le dita
bevo una birra come se fosse l’ultima
guido con i finestrini aperti la musica al massimo l’aria che mi scompiglia i capelli già grigi
a chi insegnerò tutto quello che ho imparato?
a chi racconterò tutto quello che ho sognato?
che cosa resterà di tutto quello in cui ho creduto?
stasera solo stelle profumo dell’estate
la notte alta in cui mi perdo e mi confondo con la vita

Soundtrack: Eddie Vedder, Long Nights (testo)

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un vuoto che si rimescola
lo sento nascere lo sento crescere
lo sento cambiare
il passato col presente
col futuro
ora non è più tempo per almanaccare
per discutere
per esitare
per avere paura
per smarrirsi

è tempo di fiducia

e io
ho deciso

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I nuovi vicini sono gente dell’Est. Non si sa da dove vengono, né, esattamente, quanti sono.

Ne incontro un paio sulle scale: – Buongiorno -, – Buongiorno -.
E mai che mi venga in mente di presentarmi, di dire benvenuti, se avete bisogno di qualcosa io sto al piano di sopra.

Da quando sono diventata così? O lo sono sempre stata?

Io che dò del lei ai venditori senegalesi (a un italiano darei del lei, quindi mi sembra il minimo).
Mi comporto così perché sono stranieri? O lo farei in ogni caso?

Comincio a pensare oddio non pagano l’acqua e se non pagano le spese?
E se lasciano la spazzatura in giro? Se non puliscono la scala? Se s’installano la cassetta della posta bucando il muro condominiale, senza dir niente a nessuno?

Penserei lo stesso se fossero italiani?

Invece sembrano brave persone. Non si sono ancora ambientate, certe cose non le sanno. E poi c’è la difficoltà della lingua.

Sembrano brave persone. Migliori di noi.

Hanno rastrellato tutte le foglie (nessuno gliel’ha chiesto, noialtri non l’avremmo fatto). La scala profuma di pulito.
Sono più silenziosi, più educati, più ordinati dei loro predecessori lombardi.

E mai che mi sia venuto in mente di dire grazie.

Da quando sono diventata così?

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