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Marito mio,

da circa un anno ho ripreso a scrivere. Come ti accennavo, ho messo su un blog.

E’ da diverso tempo che avrei voluto darti l’indirizzo, ma mi ha sempre trattenuto il timore che, leggendo, tu potessi in qualche modo offenderti.
Perché, come ti sarà subito chiaro, la maggior parte di ciò che ho scritto è un dialogo con M.

Non l’ho deciso. E’ successo.
Ho cominciato a scrivergli per chiarire (per chiarirmi) alcune cose e il resto è venuto da sè.

Ma, a pensarci bene, era destino.
Perché, come sai, parlare con lui mi risulta abbastanza difficile.
E anche perché M non è semplicemente una persona cui voglio molto bene. E’ un simbolo.
Il simbolo di un nodo irrisolto che mi trascino dietro.
E questo suo essere un simbolo non semplifica le cose, almeno dal mio punto di vista.

Dunque, ho cominciato a scrivergli.
Ma è stato soprattutto uno scrivere a me stessa, che, tanto, lui non mi ha mai risposto. Né mai lo farà.

E così, dopo un po’, avendo accumulato qualche riga non proprio disprezzabile, mi è venuta la curiosità di aprire il blog, di vedere che cosa sarebbe successo.
Questo, naturalmente, non lo so ancora.

Ma intanto scrivere mi ha fatto bene. Mi fa bene.
Mi aiuta a mettere ordine, a lasciar cadere le domande, dentro di me, con il giusto peso.

E’ stato un anno di trasformazione.
Sento che sono ad un punto di svolta, come quando, avendoti conosciuto, sentivo oscuramente che il mio futuro era con te.

E’ un amalgama ancora molto confuso, ma qualcosa verrà fuori.
E chissà che, tra l’altro, non venga fuori anche un equilibrio nel mio rapporto con M.

Magari, dopo tutto, imparerò come funziona. O magari no.
Ma intanto sono qui, ogni giorno, insieme a te.

Per questo a te non avrei potuto scrivere: sei troppo parte della mia vita. Tu sei la mia vita.
Avevo bisogno di acquisire una distanza, una separazione.

Allora, caro marito mio, ti offro un anno di parole, con la preghiera di farmi sapere cosa ne pensi e che cosa provi.

Discutiamone insieme, quando le avrai lette, che la conversazione quotidiana, con te, è incessante come il battere del cuore.
E voglio, e spero, che lo sia fino alla fine.

Con immenso amore, sempre.

La tua @

                              A M, naturalmente.
                              Per altri dieci anni almeno.

tu la chiami
amicizia:
non mi torna
la definizione

nel mio vocabolario
è un’isola
un viaggio fatto insieme,
più d’una semplice evasione

io, per te,
ci sono sempre stata,
ma sembra
non faccia differenza

e a me che pesa
la tua costante assenza
tocca ricordarti
l’attenzione

che ogni tanto devi
mettere nel cuore
se vuoi che quanto dici
non sembri fatto solo

di parole

Non sono andata a pranzo coi colleghi.
La rabbia è una trivella che scava un buco nero in fondo al cuore.
Non sopporto di dover sorridere, di dover parlare.
Voglio raggomitolarmi nel silenzio. Sentire la pioggia che mi cade dentro.
Cammino per il parco. Non c’è nessuno.
L’erba è così verde da sembrare finta. In mezzo al prato è pesta, per i segni delle ruote.
Gli alberi sono neri. Bagnati.
Nell’intrico di radici cerco il pugno che stringe la mia gola.
Mordo il sigaro. Sputo il fumo.
Ma la rabbia resta. E io con lei.

[2006-10-20, 13.45, venerdì]

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tristezza

coperta nera tirata sulla testa
sopra gli occhi

braccia che stringono
i ginocchi

mi faccio riccio

non lascio entrare
nulla

[2006-10-21, 14.40, sabato]

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mi sono fatta gatto
chiuso gli occhi nel sole
guardato il blu del cielo fare un buco oltre lo spigolo del tetto
mi sono fatta pesce tuffato sotto il ghiaccio
dentro il buco blu dove sale il fumo bianco che sbuffo dalla bocca

[2006-10-15, 16.55, domenica]

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Niente.
A singhiozzo, arrivano parole.
Sola. Chiusa. E nello stesso tempo aperta.
Campane, cani che abbaiano, foglie che stillano la pioggia della notte.
Foglie fatte rosse, rampicanti lungo tronchi neri.
Ogni tanto, nel grigio della nebbia, s’accende un fuoco arancio.
Il sentiero non si vede, sembra che i rami debbano inghiottirlo.
Un treno. Una bici. I miei passi.
I frutti della magnoglia hanno cambiato colore. Anche loro un fuoco arancio, e giallo, contro la finestra.
Cielo piatto, basso.
Corvi.
La caldaia che ronfa.
Io che vorrei scrivere. Pensare. Invece riesco solo ad ascoltare.
Ti ascolterei.
Camminerei con te.
La tua voce come una carezza sul mio cuore.
Ascolterei il rumore dei tuoi passi insieme ai miei. Il silenzio in cui mi sei vicino quando sei con me.
Invece, eccomi qui.
Un’altra settimana, andata. Un altro compleanno, viene.
Ed io che prendo tempo, cerco tempo, attraverso la tristezza, lungo le domande, nel calore della vita, sempre grande, anche quando ti sommerge.
Io che trovo tempo.
Sono qui, ora.
Sono.
Qui.

[2006-10-22, 11.49, domenica]

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Soundtrack: Sigur Rós, Takk… , Tracce dalla 6 alla 9 

mi chiedi cosa vuoi
dalla mia vita

anche tu
chiedi qualcosa
che già sai

voglio sentirti raccontare
ascoltare i tuoi pensieri

voglio sapere come stai

Ho imparato a non preoccuparmi dell’amore
ma di onorare le sue visite
con tutto il mio cuore.
Esaminare i cupi misteri
del sangue
con mente allegra e
leggera,
conoscere il flusso delle emozioni
sciolte e veloci
come l’acqua.
La fonte sembra
qualche inesauribile
sorgente
all’interno della nostra doppia
o triplice essenza;
il nuovo viso che io
rivolgo a te
nessuno al mondo
l’ha visto
ancora.

Alice Walker, New face, dal sito della rivista “Sagarana”  (Grazie a Luisa Carrada)

Ho la testa piena di parole.
Versi di poesie, strofe di canzoni, conversazioni passate… ritagli mescolati e dispersi.

Prima che l’inverno mi chiuda tra i suoi flutti, forse c’è ancora tempo di capire.
Ora che il dolore del corpo ha allentato la presa, sento salire una domanda.
Confusamente prende forma, e spinge. Prima o poi vedrà la luce.

Vedrà la luce un altro anno. Questo s’è quasi consumato.
Un’attesa lunga, vaporosa, gravida di sogni e sensazioni.

[…] ecco, o futuro, sono salita in sella al tuo cavallo. Quali nuovi stendardi mi levi incontro dai pennoni dalle torri di città non ancora fondate? quali fiumi di devastazione dai castelli e dai giardini che amavo? quali impreviste età dell’oro prepari, tu malpadroneggiato, tu foriero di tesori pagati a caro prezzo, tu mio regno da conquistare, futuro…
Italo Calvino, da Il cavaliere inesistente