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Ecco l’inverno.
Lo sento arrivare.
Nella coperta di nebbia che, a sera, si distende sui campi.
Nel profumo di legna cha sguscia dai camini delle case.
Nel sogno delle sei, che mi sveglia con un grido d’angoscia e mi lascia in ascolto, nel buio.
Nella stanchezza della strada lucida, che mi sembra più lunga ogni giorno.
Nel desiderio di sedermi accanto al fuoco, con un libro e un bicchiere di rum.
Ecco l’inverno.
Lo sento arrivare.

Una coppia a cui vorrei che assomigliassimo.
Lui e lei, rugosi e nodosi. Insieme coltivano il giardino. Leggono. Si scambiano i libri.
Escono ed entrano in biblioteca.

Ho pensato che hai i capelli grigi. Le rughe intorno agli occhi.
Io non conto più i miei chili di troppo.

Ho pensato che ti guardo, prima di addormentarmi. E non ci posso ancora credere.
Che tu abbia voluto un giorno, che abbia scelto di diventare mio marito.
Ti guardo. E vedo il ragazzo con la camicia che gli esce dai jeans, i capelli spettinati, il motorino scassato.

Ho pensato tutto questo e ricordato i versi che avevo letto in un libro di Asimov.
Dei versi tristi, ma bellissimi, che vorrei recitarti stasera e tutte le sere che il destino ci darà.
Te li sussurrerò, come la formula magica che possa trasformarci, con gli anni, in quella coppia di nodosi vecchi che si amano, nonostante il tempo, o, forse, grazie al tempo.

Grow old along with me!
The best is yet to be,
The last of life, for which the first was made (…)
Robert Browning, da Rabbi Ben Ezra, in Dramatis Personae, 1864

Invecchia con me!
Il meglio deve ancora venire,
L’ultima parte della vita, di cui la prima è solo il preludio (…)
Traduzione presente nell’edizione italiana di Paria dei cieli, Mondadori, 1988

Dentro questa scatola per sigari posso metterci una musica. La felicità di rivederti. Il dono della condivisione.
Dentro questa scatola per sigari posso metterci i miei sogni. La caparbietà del desiderio. La sicurezza che so di non avere.
Dentro questa scatola per sigari posso metterci i ricordi. I luoghi che vorrei mostrarti. Le parole già dette e quelle che forse avrei dovuto dire.

Dentro questa scatola per sigari io ci trovo il mare.
L’onda cieca che incessante torna, tra me e te, tra te e me, senza conoscere le spiagge che affatica, i ciottoli che leviga.
Senza conoscere le illusioni che trascina, le paure che nasconde, le amarezze che lenisce, il ritmo oscuro che imprime alle mie ore.

Dentro quest’onda io ci trovo il tutto mescolato al tutt’uno.
La pienezza assoluta dell’esserci, nell’istante breve in cui le nostre singolarità s’incontrano.
Dentro questo tutto io ci trovo il mio respiro.
Uno. E poi un altro. E poi un altro ancora.

 Il mare è tutto azzurro.
 Il mare è tutto calmo.
 Nel cuore è quasi un urlo
 di gioia. E tutto è calmo.
 Sandro Penna, Il mare è tutto azzurro

Soundtrack: Alexi Murdoch, Song for you (Grazie a EmmeBi Radio.Blog 11.0)

Lavoro in una villa antica. Il mio ufficio vanta uno splendido soffitto a cassettoni. E’ un po’ buio, essendo in un soppalco, ma se mi affaccio ad una delle finestre del piano inferiore vedo gli alberi secolari del parco.

Quando il dolore alle gambe mi contringe ad alzarmi, posso camminare per due chilometri di corridoi e stanze.

Nella pausa pranzo posso fare il giro del parco, a seconda dei minuti disponibili. Cinque minuti un giro, dieci minuti due giri.

I giorni di cristallo che ci ha regalato questo inizio d’autunno, sono andata spesso in un parco più lontano, dove c’è anche il laghetto. La luce sembrava spezzare in due il cielo, i cigni nel riflesso dell’acqua erano quasi irreali. Io mi sdraiavo nell’erba e ascoltavo.

A volte mi succede che mi va tutto stretto.

I corridoi sembrano cortissimi, la luce nel mio ufficio troppo fioca, il parco dietro la villa troppo angusto: due minuti un giro, quattro minuti due giri.

A volte mi succede che vado ad un corso d’aggiornamento.

Vedo dove lavorano gli altri. Capannoni della zona industriale, luce artificiale sempre, camion che corrono, neanche un filo d’erba e carte, rifiuti, merde tra le stoppie, e gente che se ti vede in giro a piedi meglio mettersi a correre.

A volte mi succede che mi sento fortunata.

Dal balcone, come dalla tolda di una nave lanciata dentro al buio, guardo le onde del vento mettere in fila le stelle, frangersi contro le foglie del mio albero che gioca a nascondino con la luna.

Le immagini, sempre le stesse, scorrono veloci dietro la fronte: fotogrammi d’una vita già vissuta o spezzoni di futuri possibili, che provo ad inventare.

Io non ho avuto una bambina a cui leggere le favole.
Sono qui, con la grappa e il sigaro che mi hanno regalato, come se il tempo non passasse mai.

In verità, non saprei dire esattamente cosa voglio.

Non so se ognuno sceglie il suo destino o se lo trova lì, semplicemente, apparecchiato, e deve fare onore alla tavola.

Il mio lo cullo dolcemente, gli recito poesie che conosco a memoria, respiro l’odore della notte, dell’aria che gira intorno ai muri delle case e va da qualche parte, ma non capisco bene dove.