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ho passato il confine più d’una volta

il cerchio si chiude

non ha senso continuare senza riscontri

io che vivo da sempre nel posto in cui sono nata che percorro da sempre le stesse strade continuo a sentirmi profuga quanto i miei padri continuo a sentirmi a casa quanto i miei nonni

ho trovato la mia anima gemella quando ho tracciato bene i miei confini e rinunciato nello stesso tempo a difenderli

ora siamo daccapo giacché ho smarrito di nuovo i confini ma intanto sono così disperatamente impegnata a difenderli

non porta da nessuna parte questa strada

ho provato a chiedere in giro ma nessuno risponde

neppure l’eco mi ritorna neppure l’eco di un silenzio che non sia il mio

e rifugiarsi nelle parole non serve

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Guido nella notte calda d’agosto col finestrino aperto dopo una giornata di lavoro. Un’altra, domani, tra poche ore.

I lampi guizzano tra le nuvole. Nella radio suona, sommessa, una musica del passato.

Sono stanca.

Guardo la striscia bianca scorrere davanti ai fari, lungo la strada deserta.

Sono stanca di questa giornata e di quella che deve ancora venire.

Il tempo è una ruota che gira, che gira, che gira.

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Quando qui in padania soffia il vento dell’isola mi sento all’erta, pronta a scattare. Mi sento il cuore gonfio non so bene di cosa. Ma so bene il perché.

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Dicevo ieri sera a mio marito aspettando il refrigerio della notte e il sonno che non veniva -Intendiamoci bene, sono felice di quello che ho, anzi, me la godo, però proprio per questo…-

Proprio per questo mi chiedo se basta aver realizzato (o quasi) (ma dentro quel quasi sta la misura della distanza tra la realtà e il sogno, quindi è fatale che ci sia, anzi necessario, e dunque va bene così, come se il quasi non ci fosse) tutti i propri desideri di ragazza, se è sufficiente la felicità a giustificare un’esistenza.

Nella spirale di passato e presente che continuamente ripercorro tornando sui miei passi, troverò, un giorno non troppo lontano, la chiave per il futuro?
A cosa sarò servita una volta spenta? Le mie emozioni, i miei pensieri, le cose in cui credo? E tutto l’amore che sento?

Mio marito azzarda una risposta, che in fondo è quella che mi do sempre anch’io, che anch’io tento, ma rimane a mezz’aria, aleggia sui nostri sogni, si (con)fonde col viaggio che devo compiere questa mattina.
Quando mi capita di visitare un luogo di vera sofferenza.

Quando, per ogni singola domanda di ieri e di sempre, semplicemente mi vergogno.

Soundtrack: Sigur Rós, Ara Batur

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Il cuore sa.

Ma, come una bambina, ho sempre bisogno di conferme, di attenzioni, di carezze.

E’ cosa nota.

Tra le tante, ho anche la fortuna della tua pazienza.

Soundtrack: Coldplay, Don’t Panic

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alla fine chi sono

la mia finestra
gli alberi
la signora dei gatti
l’intonaco delle stanze
le piastrelle scheggiate
il fiume che si trascina il cielo
le nuvole capovolte
la lentezza del fumo
che sale

parole dentro i libri
allineati sugli scaffali
parole sui quaderni
chiusi nei cassetti
frasi sulla lingua
che si compongono nel cuore
prima di spiccare un volo
di pensieri

queste
mille altre cose ancora
senza nessuna importanza
una mappa mentale
di me
che si disegna con gli anni
che continuamente rigiro
tra le mani
cercando il punto cardinale
che manca

ma poi alla fine
dimmelo pure
un po’ tu
come mi vedi

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Ecco, è la mia anima distesa tra i bit.

Ho cercato di tacere.

Ma poi ho visto il cielo così aperto, ho respirato la luce.

Pensato che siamo vivi. E finché siamo vivi all’infinito bene che possiamo farci.

Le parole bruciano come lava. Eppure scrivo dell’amore.

Dopo nove anni ho ripreso a raccogliere poesie. Queste sono illegittime.

Ma forse un giorno le conoscerai.

Intanto eccomi. Sono qui.

Questa è la mia anima distesa tra i bit.

Ne faccio dono a te.

A te, il mio dono tremendo di parole.

“Nasco al tuo lume naufrago,
sera d’acque limpide.

Di serene foglie
arde l’aria consolata.

Sradicato dai vivi,
cuore provvisorio,
sono limite vano.

Il tuo dono tremendo
di parole, Signore,
sconto assiduamente.

(…)”

Salvatore Quasimodo, Al tuo lume naufrago, da Erato e Apòllion

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oggi è maggio e ha il gusto di un toscano originale
intanto che le ore passano cammino
mi siedo nel parco
annego dentro il cielo più azzurro dei prati
nelle onde del vento che hanno il rumore delle pinete dell’isola
guardo il fuoco lambire i ciocchi nel forno del pizzaiolo egiziano
mangio un kebab con la carne calda che mi cade tra le dita
bevo una birra come se fosse l’ultima
guido con i finestrini aperti la musica al massimo l’aria che mi scompiglia i capelli già grigi
a chi insegnerò tutto quello che ho imparato?
a chi racconterò tutto quello che ho sognato?
che cosa resterà di tutto quello in cui ho creduto?
stasera solo stelle profumo dell’estate
la notte alta in cui mi perdo e mi confondo con la vita

Soundtrack: Eddie Vedder, Long Nights (testo)

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un vuoto che si rimescola
lo sento nascere lo sento crescere
lo sento cambiare
il passato col presente
col futuro
ora non è più tempo per almanaccare
per discutere
per esitare
per avere paura
per smarrirsi

è tempo di fiducia

e io
ho deciso

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Ho traslocato, smontato e rimontato una ventina di computer.
Inscatolato libri, riposizionato libri.
Mi sono svegliata presto e coricata tardi. Fatto i numeri per leggere qua e là.
Ho ascoltato il telegiornale, anche.
E sono stata a Genova, a guardare i cavalloni alti, verdi e grigi, le spume bianche contro la riva, a Boccadasse.
A bere in un posto tapezzato da bottiglie di rum.
A fumare sulla spiaggia il 9 di dicembre.
Sono scivolata tra le tue braccia che non era ancora l’alba. Le tue braccia calde intorno a me.
Ho guidato nella nebbia. Ho guidato nel sole.
Tra le ciminiere e le montagne.
Ho sentito musica, parole, discorsi, urla, imprecazioni.

Con un po’ d’affanno.
La fine di quest’anno scivola.

Soundtrack: Linkin Park, Leave Out All The Rest

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Ci sono giorni che questa diventa la mia ora preferita.
Quando il sole è tramontato e non resta che una striscia arancio, dietro i tetti.
La casa talmente silenziosa che sento l’acqua salire nei termosifoni.

Allora fisso la finestra finché la luce non si ritira tutta, oltre il vetro.
Finché non si nasconde tra i rami della magnoglia, attraversa il giardino e scompare.

Resto così, nel silenzio.
Nel buio che conserva ancora un barlume.
Nella sera che non è ancora notte.
Nel cielo che svela le prime stelle, alla fine d’un pomeriggio d’autunno.

Resto così finché non sono obbligata ad alzarmi.

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I nuovi vicini sono gente dell’Est. Non si sa da dove vengono, né, esattamente, quanti sono.

Ne incontro un paio sulle scale: – Buongiorno -, – Buongiorno -.
E mai che mi venga in mente di presentarmi, di dire benvenuti, se avete bisogno di qualcosa io sto al piano di sopra.

Da quando sono diventata così? O lo sono sempre stata?

Io che dò del lei ai venditori senegalesi (a un italiano darei del lei, quindi mi sembra il minimo).
Mi comporto così perché sono stranieri? O lo farei in ogni caso?

Comincio a pensare oddio non pagano l’acqua e se non pagano le spese?
E se lasciano la spazzatura in giro? Se non puliscono la scala? Se s’installano la cassetta della posta bucando il muro condominiale, senza dir niente a nessuno?

Penserei lo stesso se fossero italiani?

Invece sembrano brave persone. Non si sono ancora ambientate, certe cose non le sanno. E poi c’è la difficoltà della lingua.

Sembrano brave persone. Migliori di noi.

Hanno rastrellato tutte le foglie (nessuno gliel’ha chiesto, noialtri non l’avremmo fatto). La scala profuma di pulito.
Sono più silenziosi, più educati, più ordinati dei loro predecessori lombardi.

E mai che mi sia venuto in mente di dire grazie.

Da quando sono diventata così?

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Il tempo è gelatina in cui mi muovo senza capire dove.

Aspetto.
Aspetto che passi. Aspetto che arrivi.

Che passi l’animale che mi s’è seduto addosso e non se ne vuole andare. Che mi fa essere di nuovo qui, nel mio salotto, il sole dietro i vetri e l’impazienza di sentirmi ancora bene.

Che arrivi una parola buona, un gesto d’affetto, un nuovo posto da scoprire, una canzone da riascoltare all’infinito, un’occasione da non perdere.

Che passi. Che arrivi.
Il presente mi va stretto.

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Un’amica mi dice che sono la persona più comprensiva che lei conosca, che la mia capacità di entrare in empatia con gli altri è unica.

Ma mi dice anche che addentrarsi nei territori del mio spirito è pericoloso: sembra di aggirarsi in una cristalleria, dove, ad una minima mossa, si rischia di frantumare qualcosa.

Ed è proprio così.

Nonostante quest’aria scorbutica, questo fare scostante, sono sempre la bambina indifesa di un tempo.

Non che non ci abbia provato. A difendermi.

Nulla da fare.

Allora ho rinunciato. Ecco tutto.

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La prima volta che sono salita sull’autoscontro avevo tredici anni.
Ero con un compagno di classe più basso di me (cosa non facile), strabico, gran bestemmiatore. Fumava una sigaretta dopo l’altra e teneva il pacchetto nella manica arrotolata della t-shirt.
Un vero boss di periferia. Un bulletto di pessimo gusto, come tanti.
A parte le bestemmie, lo adoravo.

Portava l’automobilina come un pazzo, lanciandosi contro gli altri a tutta velocità.
Naturalmente stava mezzo fuori dal sedile, aggrappato all’asta da cui la macchina prende la corrente. Ancora oggi mi chiedo come arrivasse ai pedali.
Quando mi insegnò a guidare fu una vera promozione, per me. In qualche modo ero diventata la donna del boss.

Tutto questo mi ritorna, oggi, mentre passo accanto alle giostre, impedita dai motorini, da selvatici animaletti in t-shirt, con la sigaretta tra i denti.
Noi alla fiera ci andavamo in bicicletta, ma non è cambiato niente. Nell’anno di grazia 2007, alle porte di Milano.

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Ho mandato in vacanza il mio amatissimo sposo. Io sono rimasta.
Non so ancora se sia un bene o un male.

So solo che il distacco è comunque doloroso: una piccola lacerazione, prima di abituarmi alla sua assenza, ad ascoltare la sua voce per telefono.

So anche che i miei occhi osservano sempre lo stesso identico orizzonte. Ormai da troppo tempo.
Non so se sia un bene. Non ancora. 

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La tosse non molla.

Mi lascio sopravvivere.

Quando vorrei solo raggomitolarmi dentro le carezze.

Sentirmi dire “Ho bisogno di te: continua a lottare”.

Tante parole, quasi tutte per te, dal primo giorno qui.

Troppe.

Perché solo nel bianco della pagina la parola respira. La si avverte.
Solo nello spazio vuoto la parola risuona. Acquista senso.

Silenzio, dovrei darti.
Silenzio.

Per pensarmi. Per rileggermi. Per riascoltarmi.

Silenzio, dovrei darti.
Silenzio.

Pare impossibile, con trentacinque gradi alla porta, ma ho paura dell’inverno.

L’inverno ha giocato con me, quest’anno, e quello prima ancora.

Mi ha tirato qualche unghiata e non so dire come mi sento, veramente. Se non che ho paura che ne venga un altro così. Di non rimettermi insieme.

Voglio per sempre questi trentacinque gradi,  quest’aria sospesa, questo vagare senza meta.

Alle 4:40, sveglia, gli occhi spalancati. Ho lasciato il lavoro da solo sei ore.

Rinuncio al sonno, mi rimetto al computer e ascolto 5:55. (Mai canzone fu più appropriata.)

Buona notte, o buon giorno, a seconda dei gusti.